La sabbia dei pomeriggi

La sabbia dei pomeriggi

Dopo tanto tempo, ritorno a scrivere per le challenge del circolo di scrittura Raynor’s Hall. Il tema mi ha messa abbastanza in difficoltà, ma sono riuscita a scrivere qualcosina!


È passata la mattina, nulla ho concluso della mia giornata. Il mio programma giace lì, sparso ovunque: su carta, sul computer, sul telefono… ma non l’ho rispettato. Tutto mi sembra opprimente e inutile. Sdraiato sul letto mi chiedo quale sia il senso di quelle giornate così inutili e tutte uguali. Mi piacciono tante cose, mi sembra di fare tanto, ma quando vado a raccogliere i frutti mi sembra di sentire la sabbia scivolare tra le mie dita. E quella sabbia è il tempo e, quando è spiaccicata al suolo, mi sembra di vedere la mia utilità nel mondo.
Sento un vuoto dentro che mi ingloba, una forza che mangia via i miei pomeriggi e a cui non posso oppormi.
Mi alzo prima che sia troppo tardi, mi distacco dal letto approfittando della volontà del momento, mi faccio anche male sbattendo la gamba contro il muro. Ma non sento il dolore, con molta pateticità direi di essere tutto un dolore, un lamento perenne. Il silenzio della mia stanza è schiacciante. È il mio rifiuto, il mio “antro” come ama prendermi in giro mia sorella. E forse è davvero il mio luogo sicuro, che ho designato quei giorni in cui mi pareva di aver perso tutto, gli amici più cari che mi avevano tradito.
All’apatia sentivo rimescolarsi quella rabbia dentro di me e mi dava ancora più fastidio. Odiavo le persone che si piangevano addosso e in quel momento lo stavo facendo. Così come sentivo il mio carattere instabile oscillare dall’estremo a un altro senza il mio più minimo controllo.
Mi sedetti alla scrivania, guardai prima il programma della giornata, poi il mio orologio. Ero stato un fallimento su tutta la linea quel giorno. Eppure non avevo il coraggio per affrontare e prendermi la responsabilità del ritardo. Scelsi la via più semplice, quella che placava i morsi fastidiosi che sentivo dentro di me: cancellai tutto e rifeci una nuova programmazione.
Era appagante, era un gesto di routine che mi ripuliva dalle colpe e metteva un freno a quel vuoto. Sentivo di nuovo di poter respirare, se guardavo fuori dalla finestra riuscivo a riconoscere una bella giornata, anche se ormai in declino. Con questo semplice gesto mi sentivo riportare alla vita ed era un piacere che si poteva paragonare a quello che provavo nel mangiare.
Promettevo. Promettevo solennemente di rispettarlo, di fare in modo che il sacrificio della vecchia programmazione fosse premiata dalla mia disciplina e serietà per la nuova.
Guardavo il tramonto con la speranza che nei film i protagonisti hanno nel guardare l’alba. Per me si sarebbero prospettati nuovi giorni, pomeriggi pieni di lavoro. Finalmente sarei uscito da quella sensazione di monotonia e apatia che giorni mi prendeva nella sua morse e non mi lasciava più andare.
Non sarei più scappato dai miei problemi, dal mio continuo procrastinare.
Non avrei ancora guardato quella sabbia al suolo che tanto mi assomigliava.


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3 risposte a "La sabbia dei pomeriggi"

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