Arabeschi di profumo

Arabeschi di profumo

Avete mai provato a descrivere un profumo? L’olfatto è, forse, uno dei nostri sensi più primitivi ma nella scrittura è difficile da rendere in modo un po’ più approfondito. Non mi ero mai posta questo problema, finché non ho letto questo meraviglioso articolo e ho deciso di fare una prova: scrivere un racconto incentrato sugli odori.

In questo periodo sto ristrutturando l’ambientazione di “Il Suono del Rintocco” e mi è venuto normale riutilizzare le nuove informazioni sui miei personaggi e renderli protagonisti del racconto.

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Ti auguro una buona lettura!


Le Alie erano prossime, quando Desislav Tair’in si decise a uscire fuori città. Guardò da lontano il pino che stava cercando e si fermò. Per recuperare le energie dopo la sua corsa, inspirò a pieni polmoni. Un brivido percorse la sua schiena. Lanciò un’occhiata al cielo grigio e capì di doversi sbrigare. Riconosceva quella sensazione di freddo che proveniva dalle montagne del nord, quel profumo totalizzante che nascondeva la leggera carezza dei fiori del kralì. E, per quanto la sensazione potesse essere gentile, sapeva che la neve non sarebbe stata altrettanto caritatevole con lui.

Riprese a camminare, i suoi passi lenti si intonarono al canto che sgorgava dalla sua gola. Quando raggiunse il tronco, smise di cantare. Si chinò a raccogliere dei rami caduti. Una piacevole sensazione di casa lo travolse ed era strano per lui pensare a una casa quando da molti sarebbe stato considerato solo un vagabondo. Ma non era una casa fisica a cui pensava. Si sentiva riconciliato con l’intero universo, quasi gli pareva di calpestare le soglie del mondo divino. Non sentiva repulsione per quel mondo altro, avvertiva solo una profonda unione con il cosmo. Si sentiva potente e riappacificato con sé stesso. Il profumo del pino cancellò il pericolo della neve e il cielo stesso pareva attardarsi per sfogare la sua furia. Finché Desislav fosse rimasto vicino alla pianta sacra del dio Randir, niente gli avrebbe tolto le forze per far bruciare la fiamma che sentiva dentro. Tenne delicatamente i rami tra le braccia e ritornò indietro. Il vento ancora fischiava ma quello era l’unico rumore: tutto rimaneva immobile, tranne lui.

Ritornò in città il più presto possibile e si sentì un po’ più al sicuro. Non trovò nessuno per le strade. Per quella settimana era abbastanza difficile trovare uomini per strada e le donne dovevano aver previsto il brutto tempo. Anche se avesse incontrato qualcuno, in ogni caso, non sarebbe stato un eccessivo problema. Desislav Tair’in, Re della Corte dei Miracoli, non indossava nessuno dei suoi travestimenti quel giorno e, sotto le pellicce, l’abbigliamento ricco e i gioielli di fattura esotica, lo avrebbero fatto passare per qualche eccentrico Lord di un Kindred del nord.

Passò per il centro abitato e si lasciò alle spalle il fumo soffocante il cui odore gli aveva sempre dato una profonda oppressione, interrotto dallo sporadico sentore dolciastro di dolce appena sfornato e frutta secca. Attraversò i vicoli stretti e intricati, aggrovigliati nella sporcizia delle abitazioni più povere. Desislav non sentiva, lì, alcun odore sgradevole come spesso gli capitava di sentire. Il freddo si era fatto più inglobante, avvolgeva tutto in una statica cappa immobile. Lo spingeva avanti il persistente odore del pino che custodiva tra le braccia, accarezzava i suoi sensi fino a fargli persino dimenticare il freddo.

Raggiunse la Corte mentre iniziava ad avvertire i primi fiocchi sul viso. Se li scrollò via con un movimento della testa e percorse imperterrito le ultime falcate che lo avrebbero portato alla meta. Spalancò la porta della sua casa e si rifugiò dentro, lasciando alle spalle la furia della natura. Pose delicatamente i rami in una cesta e si tolse la pelliccia umida, buttandola in un punto imprecisato della stanza.

Il fuoco ancora era semi acceso e ardeva il ciocco che il Re aveva dedicato al fuoco e, se la fortuna lo avesse arriso, si sarebbe spento solo alla completa bruciatura del ciocco. E la fortuna sicuramente gli aveva voluto bene per averlo fatto ritornare in salvo quella sera. Iniziò a salmodiare nella sua antica lingua e così non poté sentire i suoi passi. Ma non lo prese di sorpresa. Nelle note di sandalo della casa che conosceva bene, si era fatto gradualmente largo un sapore sensuale che sapeva conquistare con la sua intensità voluttuosa.

Non oppose quindi resistenza quando sentì delle dolci braccia avvolgerlo e una testa appoggiarsi alla sua spalla. Desislav mosse la mano all’indietro per accarezzare con dolcezza i capelli che amava. Non disse nulla.

Fu Alizée Kai’der a spezzare il silenzio, proprio dopo lo schiocco secco di una lingua di fuoco. La sua voce tremava. «Sei uno sciocco, Desislav».

Desislav non poteva vedere il volto di lei, come lei non poteva vedere il suo. Sorrise malinconico, continuava ad accarezzarla.

«A voi uomini è preclusa l’uscita nelle Alie, gli spiriti irrequieti delle donne potevano portarti via. E io quando avrei mai potuto raggiungere il loro mondo? Mi avresti condannata a vagare per sempre in questi stessi giorni dell’anno, nella speranza di spezzare la breccia sottile che, in questo tempo, lega il nostro mondo al loro. E anche se fossi morta perché le mie compagne non avrebbero apprezzato il mio amore per te, avrei continuato a cavalcare nella loro direzione opposta, sperando di giungere fino a te».

«E io correrei sempre verso di te, anche se infiniti spiriti dovessero spingermi alla deriva del loro mondo di rancore. Ma come vedi gli dei non sono inquieti con me e mi sono premurato di ringraziarli con i miei canti, la mia stessa uscita è per onorarli e non per sfidarli. Pochi li venerano e agli dei non piace essere ignorati per troppo a lungo: lo devo per la mia gente. Se avessero preso la mia vita, avrei saputo che la gente della Corte avrebbe potuto sopravvivere anche quest’anno e ne sarei stato grato».

Fu questa la volta di Alizée a tacere, Desislav non era preoccupato. Alizée era in grado di conoscere le nascoste pieghe del tempo, gli dei le concedevano degli squarci che poteva vedere e, probabilmente, sapeva che Desislav non stava rischiando nulla in quel momento. Ciò nonostante, il Re era intenerito da quella premura fanciullesca, che una donna che si era fatta sulla strada come Alizée si premurava bene di nascondere.

«Credi che il tempo in cui la Corte muoia, sia vicino?»

La voce di Alizée era stato appena un sussurro, ma Desislav l’aveva sentito. Si sciolse dalla presa e la guardò in viso. «È una possibilità che non posso eliminare. Tutto attorno stanno crollando, i Kindred sono su un collasso che difficilmente potranno evitare. Il Nord mantiene i Kindred solo di facciata e non ha più nulla. Nuovi disordini stanno per sconvolgere questo mondo e dubito che noi potremmo rimanerne isolati».

Quando Alizée rabbrividì, Desislav si premurò di baciarle con tenerezza una guancia. Ignorò le parole della donna: «Desislav io… non credo che sarò lì, quando tutto questo accadrà».

Non voleva sentire quelle parole, non era la prima volta che quella stessa discussione veniva avviata. Ma faceva troppo freddo fuori per poterlo sentire anche dentro.

Il profumo di lei lo avvolgeva, lo conquistava e lo inteneriva. I suoi movimenti si facevano più lenti, più accompagnati.

«Non perdiamo tempo in questi pensieri così oscuri, gli dei ci concedono un altro anno e sarebbe uno spreco ignorare un loro favore, godiamoci il tempo in cui possiamo unirci e lasciamo che quelle vecchie megere, lì fuori, che solcano il cielo, ci invidino».

Alizée sorrise, da lei era sparita qualsiasi ombra.


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