Giuditta spossata dal vento infido

Questa storia è stata scritta per partecipare all’evento di “Support the writer”. Il tema è “Tu chiamale, se vuoi, emozioni”.

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Stare dietro tante attività mi impedisce di dedicarmi a questo blog come vorrei. Ho approfittato di questa occasione per riprendere un po’ a scrivere. Chi mi ha seguito nel calendario dell’Avvento, sa che sono un po’ arrugginita. Vi auguro una buona lettura e spero vi piaccia come ho declinato il tema


Mi manca l’aria. Mi è impossibile dimenarmi e liberarmi. Non respiro. Davanti a me non c’è altro che buio. Ai lati uno scricchiolare e un rumore di masticazione incessante. Non voglio girarmi a guardare. Voglio solo uscire da lì. I muscoli non rispondono. Aprire la bocca è uno sforzo immane, non esce voce. O meglio, fuoriesce un mugolio roco appena strozzato. Non lo sento, il rumore della masticazione è diventato ancora più forte. Uscire. Riesco a sollevare a fatica il petto. Voglio. Ricado indietro come una bambola. Uscire.

«Non è possibile che tu sia ancora a questo punto!»

Mi risveglio dal torpore in cui cado di solito quando canto. Il rumore del libro sbattuto sulla cattedra mi fa trasalire. Ho il terrore di sbagliare e finisco sempre per farlo. È inevitabile.

La maestra si alza e si viene a posizionare davanti a me. Rifuggo lo sguardo, anche se so che è proprio quello che vuole da me: un contatto diretto.

«Quanti anni sono che studi qui? Dovresti essere una professionista, lavorare di questo. E invece che fai? Tremi quando canti. Non ti esce la voce, sbagli note che studi fin troppo a lungo. E questo è solo qualcosa di superficiale: tutti sbagliano. Ma non sei capace di una dannata emozione!»

Mi sento male. Come se non mi ripetessi queste cose da sola senza l’aiuto di questa bisbetica. Vuole aiutarmi, lo so. Ma proprio non riesce a capire che così mi fa sentire ancora peggio e che, la prossima volta che la rivedrò, mi farò le stesse identiche paranoie. Le sue sgridate mi riecheggeranno in testa per tutta la giornata, la settimana, il mese.

«La musica deve trasmettere qualcosa. Tu leggi, anche male, quanto c’è scritto. E non trasmetti nulla perché sei tu la prima a non essere mossa da quello che canti.»

Mi chiudo a quelle parole, mi difendo. Sento le lacrime salirmi agli occhi e non voglio piangere. Non posso mostrare la mia debolezza, non devo. Fin da piccola, quando qualcosa non andava, non facevo altro che piangere. Quando mio padre urlava, quando alzava le mani… a una certa che non potevo che piangere. Mi avvio per i trent’anni e non mi sono evoluta: riesco a impuntarmi di più, riesco a resistere per un po’… e poi piango. E quando piango i singhiozzi mi impediscono di urlare e di parlare. I pensieri si intrecciano. E quando singhiozzo, mi odio. Sono patetica e debole.

«Il teatro è passionalità. Ma sei mai andata ad ascoltare una opera? Le hai viste quelle persone lì che si uccidono per un niente di che ed esagerano persino se si pungono un dito con un ago? Tu cosa trasmetteresti?»

Silenzio. So che aspetta una mia risposta. E no, a un’opera dal vivo non ci sono andata: abito in una piccola città e non ho mai potuto spostarmi per ragioni economiche. Dovrei dirle che non riuscirei nemmeno a trasmettere quello che sono: patetica. Rimango in silenzio.

«Esatto. Trasmetteresti il silenzio.»

Si allontana. Ho resistito alla prima ondata, non so quanto avrei resistito ancora a un altro assalto. Voglio scappare da quella stanza, voglio rifugiarmi in bagno. Voglio piangere e soffocare i miei singhiozzi. Voglio stare male ma in solitudine. Mi faccio schifo.

«Un’altra volta. E vedi di non farmi incazzare.» Si risiede sul suo scranno e mi guarda altezzosa. «Altrimenti ti faccio io una scenata degna di un palcoscenico.»

Stringo il pugno della mano che non può vedere. Inspiro. Guardo lo spartito davanti a me: non mi ricordo quello che devo cantare. Espiro. Devo rifarlo, ascoltare la sua scenata e andarmene di qui, alla svelta. Inspiro.

Mi manca l’aria. È buffo che dell’arte più antica, quella della voce, non ne riesca a ricavare un ragno dal buco. Dovrebbe essere qualcosa di istintivo e per me è una tortura. Ed è la cosa che amo di più. L’aria attorno a me è stantia. Le tempie pulsano all’impazzata. Sento la nausea inerpicarsi per la mia gola. Ho voglia di vomitare. Cosa devo cucinare quando torno a casa? No, ora non deve interessarmi. Devo concentrarmi a cantare. Voglio. Ho fatto male a bere alcol l’altra sera: avrei dovuto berne di più. Magari non dovevo venire a questa lezione di merda. Uscire. Tutto è troppo lento, mi muovo più velocemente. Raduno quelle energie che non ho per liberarmi da quella morsa atroce. Voglio uscire. «Non c’è niente da fare, sei proprio un caso disperato.» Cosa? Risento il magone. Esco.

«Chi te lo ha detto di fermarti?»

Sbatto le palpebre. Non è stata lei a parlare? Beh, tanto male. Non è la prima volta di sentire voci che non esistono quando canto e poi scoprire di essermele, probabilmente, immaginate.

«Tu la musica non la vivi, scappi da essa. Ti basta arrivare al termine. È lì che arriva la tua pace, tutto il resto è vuoto.»

La guardo con aria di sfida. Voglio andarmene. Voglio uscire. Lei non ha la risposta e mi infastidisce il suo modo di fare. Odio come mi sbatte la verità in faccia. Perché questo è il mio inferno personale e potrei uscirne solo io. Ma è più comodo prendermela con lei, odiarla, augurarle quanto di male possa esistere.

«Reagisci! O vuoi rimanere lì bloccata per sempre? Giuro, che non ti faccio uscire da qui, questa volta, finché non avrò un minimo di soddisfazione personale nell’ascoltarti.»

Rimane lì, non se ne va. La odio. Vorrei buttare il leggio per terra e andarmene. Non lo faccio. Non avrei il coraggio di rimettere piede nell’accademia. Inspiro.

Non ho il coraggio di provare. Non ho il coraggio di sentire e trasmettere. Ma sto esitando, non sto gridando. La mia anima urla ma non sono capace di farlo. Tutto è tremolante, tutto è insicuro. Uscire. Il suono dello scricchiolio è la prima volta che non lo sento. Voglio.

Io sono Giuditta spossata dal vento infido.

«Ci voleva tanto, Claudia? Adesso vattene e vedi di fare così la prossima volta.»

Sbatto le palpebre. Sono arrivata alla fine senza nemmeno che me ne accorgessi. Vivaldi deve avermi portato bene.


Creative Commons License

Alice Jane Raynor’s “Giuditta spossata dal vento infido” is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International License

7 risposte a "Giuditta spossata dal vento infido"

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  1. Ho fissato alcuni minuti il muro dicendo “Wow” ^^ ti definisci arrugginita, però da parte mia devo farti i complimenti perché in ogni caso hai dato modo di esprimere il tormento che ogni cantante ha, cioè quello di non saper emozionare. Molto vivido, molto forte. Davvero fantastico!

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