Analisi su “Moby Dick” di Herman Melville

Moby Dick o la Balena

Copertina di “Moby Dick (o la Balena)” di Heman Melville della CE “Gli Adelphi”

Scheda

Titolo: Moby Dick (o la Balena)

Autore: Herman Melville

Prima Edizione: 1851

Genere: Romanzo d’avventura

Lingua originale: Inglese

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Quarta di Copertina

“Il primo capitolo di Moby Dick comincia con una dichiarazione non umana, ma angelica. Call me Ishmael: chiamatemi Ismaele, non già mi chiamo Ismaele. Non ha importanza il nome del protagonista narratore, ma ciò che egli simboleggia. Ismaele è l’uomo che si sa dotato di una superiorità non riconosciuta dal mondo: il primogenito di Abramo è un bastardo cacciato nel deserto, fra altri reietti; là impara a sopravvivere a questa morte, in perfetta solitudine, indurito contro le avversità.” (Elémire Zolla)

(Dalla Quarta di copertina de “Gli Adelphi”)

Discussione (No Spoiler)

Moby Dick, come storia, soffre di un problema grande come la balena che viene cacciata. Non è una storia che è possibile leggere di seguito senza intoppi e la lettura non è pienamente godibile. A meno che non si abbia un livello culturale particolarmente elevato, in particolare sulla Bibbia.

È un libro che ha bisogno di una ricca sezione di note e di approfondimenti non indifferenti. La storia, di per sé, potrebbe essere riassunta in appena un racconto di poche pagine. Questi significati nascosti, nei personaggi e nelle frasi, rendono la lettura molto ostacolata. Non si tratta di certo degli unici problemi della lettura. Il libro presenta moltissimi infodump sulle balene, il mare e la loro caccia. Una ricerca immensa quella di Melville, che di certo alla maggior parte dei lettori di oggi non può interessare molto ed è un tipo di informazione più relegato alla saggistica. Molti capitoli potrebbero essere saltati proprio per questo motivo e contengono in sé poche informazioni rilevanti per la trama in senso stretto, se non per cercare sfumature di significato del romanzo. Si potrebbe leggere la prima parte, qualche capitolo sparso centrale e poi direttamente gli ultimi capitoli, se proprio non si hanno i mezzi o la voglia per soffermarsi sul significato metaforico. Per questo non credo sia un libro per tutti. Non è una profonda riflessione accessibile, come può essere quella de “Il vecchio e il mare” di Hemingway che comunque chiarisce in sé tutti i livelli di significato della storia. È una lettura che unisce il sacro, con la Bibbia, e il profano, con la realtà della caccia alle balene.

La cosa che mi dispiace di questo libro è che, come lettrice ignara, ho trovato l’inizio particolarmente accattivante e coinvolgente. Il tipo di narrazione iniziale si interrompe poi bruscamente. La chiave è tutta nell’inizio, nel “chiamatemi Ishmael” e non con un’affermazione più netta. Il protagonista iniziale è puramente fittizio e infatti non coincide nemmeno con il protagonista reale. L’amicizia con Queequeg è una parte che mi ha appassionata molto e mi è dispiaciuto perdere quel filone narrativo, specie perché ho sentito una certa empatia con Ishmael e Queequeg. Se poi tutto viene mantenuto in piedi dalla curiosità che si può avere per il misterioso capitano della Pequod, è anche vero che il cambio di narratore e di visione può risultare difficoltoso per un lettore che non si approccia con una certa consapevolezza al testo.

Il finale è bello ma, come ho detto, per un lettore interessato alla storia potrebbe essere difficile arrivarci. Saltare capitoli non è una cosa che mi piace fare, ma capisco anche che leggere tutti i dettagli sulle balene non sia di interesse per tutti, né che tutti abbiano voglia di interpretare tutti i passaggi metaforici di questo libro. Forse un libro più da studiare che da leggere. Potrebbe essere interessante leggere degli spezzoni, anche commentati, questo perché credo che nel marasma di informazioni, si potrebbero perdere delle parti di scrittura molto belle.

Una lettura da approcciare con cautela. Sul tema della vendetta ci sono molti libri più accessibili, come il “Il conte di Montecristo” di Alexandre Dumas padre. Non ha gli stessi significati ma credo anche sia un po’ più scorrevole, nonostante la lunghezza.

Analisi (Possibili Spoiler)

La letteratura americana ha avuto bisogno di grandi nomi per potersi distaccare dalla narrativa europea e costruire un’identità propria. La costruzione di una cultura proprio era, in fondo, un tentativo per ribadire la propria indipendenza e la propria unione. Moby Dick posa le sue fondamenta su grandi scrittori americani, come Hawthorne che è stato poi uno dei pochi ad apprezzarlo alla pubblicazione. È un romanzo che rientra nell’American Renaissance, una corrente stilistica e culturale che non solo affermava l’America come un paese a sé stante ma anche come il paese erede dei più alti valori dell’antica democrazia greca.    

Melville scrisse il suo libro in un anno. Il romanzo ripercorre indirettamente delle esperienze autobiografiche: Melville stesso si era imbarcato in una baleniera e aveva vissuto in mare. Furono altri due gli eventi a ispirare Moby Dick e non visti da Melville in prima persona.

Il primo evento venne raccontato nella “Narrazione del naufragio della baleniera Essex di Nantucket che fu affondata da un grosso capodoglio al largo dell’Oceano Pacifico”. Come d’uso all’epoca, il titolo è abbastanza chiarificatore del suo contenuto. Il racconto era stato scritto da Owen Chase, primo ufficiale di quella stessa baleniera e che era riuscito a sopravvivere insieme ad altri suoi sette uomini.

Il secondo evento venne raccontato da Jeremiah Reynolds, stesso ispiratore della “Storia di Arthur Gordon Pym” di Edgar Allan Poe. Reynolds raccontò dell’uccisione del capodoglio albino Mocha Dick, conosciuto per la sua ferocia e astuzia nel rispondere agli attacchi. Una sua caratteristica erano i ramponi conficcati nel dorso da baleniere che avevano tentato di assalirlo. La sua descrizione è poi la stessa che si fa di Moby Dick, così come per il suo colore inusuale in un capodoglio.

Il libro fu pubblicato in due diverse edizioni nel 1851, una americana e una inglese che creò anche delle diverse critiche non solo per le diverse società. Quella inglese fu presto censurata nelle sue parti più blasfeme e furono eliminate le satire più pungenti sulla Corona britannica. In quella inglese fu dimenticato persino l’epilogo per motivi sconosciuti, cosa che creò non poche critiche in quanto la storia veniva raccontata da un personaggio che si supponeva fosse morto. Se Melville era riuscito a pubblicare due racconti ben accolti e considerati un’anteprima del suo capolavoro (Typee e Omoo), Moby Dick non fu un grande successo e presto venne completamente dimenticato. Fu riscoperto solo nel Novecento e rivalutato come un capolavoro della letteratura mondiale.

L’avventura si interseca alla vendetta ma trovo che categorizzarlo come romanzo d’avventura sia poco. Lo definirei quasi dal sapore epico. Non tanto per lo stile, anzi. Melville scavalca gli schemi tradizionali di romanzo e un po’ anticipa quello che sarà il lavoro stilistico di James Joyce. Ciò che lo rende epico non sono solo le metafore. Sono le profonde riflessioni sull’umanità. Il viaggio in mare diventa un modo per scavare nell’animo umano in un modo meno intimistico rispetto a “Il Vecchio e il mare” di Hemingway. Sono due i poli assoluti e opposti che si scontrano: il capitano Achab e la balena. E questi due poli assoluti e contrari non possono essere i narratori della storia, che diventa invece Ishmael.

Ishmael non ha grandi descrizioni come personaggio e a un certo punto della narrazione sfuma completamente. È come se ci fosse una distinzione tra il narratore e il personaggio, come se la storia venisse raccontato in due momenti diversi della sua crescita. È un osservatore, il suo nome richiama sicuramente la figura dell’esule e del viandante. Una voce e un narratore che all’inizio della storia spiega proprio questo suo desiderio di viaggiare, un errante perpetuo che non trova pace nella staticità.  Nella sua narrazione alterna molti generi narrativi che fanno proprio parte di quella sperimentazione stilistica di Melville. Ishmael è una voce meditativa, più lucida nell’osservare la furia devastante di Achab che porta avanti il viaggio.

Achab è un antieroe, a tratti riprende il personaggio titanico della letteratura romantica. Quacchero ma paragonato a un dio. Colto ma anche capace di vivere ai margini della società, come con i cannibali. È un uomo a cui interessa poco l’umanità. Uno dei pochi con cui lega è Pip, reso folle nel viaggio, e sembra quasi un rimando shakespiriano quello di trovare in lui qualcuno che possa capire la sua di follia. Negli incontri di navi in mare aperto, i “gam” Achab ha solo una domanda sulle labbra e un solo intento: trovare la Balena Bianca. Menomato di una gamba si sposta ovunque pur di portare avanti la sua vendetta, motivo che poi lo ha spinto a imbarcarsi. Ignora avvertimenti (il capitano Boomer mutilato da Moby Dick, la nave Letizia che getta in mare il corpo di un marinaio ucciso, la profezia del Parsi), disprezza i piaceri mondani e chi lo invita a desistere dalla sua ricerca (Starbuck che lo incita a ritornare a casa), né aiuta chi gli chiede soccorso quando è vicino alla sua preda o al suo carnefice. Il suo nome anche è un nomen omen. Il nome biblico Ahab è colui che “commise abomini seguendo gli idoli”.

La balena è il noumeno, l’essenza divina che non può mai essere raggiunta. Ed è anche questo un motivo di tracotanza di Achab, ribadito proprio da Starbuck nelle battute finali. La sua bianchezza, tipica in Mocha Dick, è un simbolo che richiama un po’ il Sublime romantico e la sua intangibilità per l’uomo.

Un punto, a mio parere, interessante è il gioco di protagonisti che si avvicenda nella storia. Leggendo il titolo e poi il libro, ho ripensato un po’ a “Notre-Dame de Paris”. Non c’è un vero protagonista. Il narratore è Ishmael ma il punto cardine è Achab. Il titolo del romanzo è però “Moby Dick” la balena, il nemico. E qui si ritorna anche un po’ alla riflessione sull’epico. Il vero protagonista sembra essere la nave con il suo equipaggio. Una nave che nel suo viaggio affronta non solo varie riflessioni ma che diventa simbolo della società americana che continua a progredire. Una società che, nonostante l’assenza di venti, richiamo che mi fa pensare a Coleridge, continua a viaggiare per andare avanti.


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4 risposte a "Analisi su “Moby Dick” di Herman Melville"

  1. Un articolo molto approfondito e interessante su una delle storie più importanti di sempre. In realtà dovrei rileggerlo, sono passati diversi anni da quando lo lessi la prima volta e mentre ricordo bene certe parti dovrei sicuramente rileggere altre. In ogni caso il tuo è stato un articolo davvero ottimo!

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  2. Bell’articolo, molto particolareggiata l’analisi! 🙂 Lessi “Moby Dick” molti anni fa in un’edizione per ragazzi di mio papà, con copertina rigida verde (versione risalente agli anni ’60, occhio e croce), e ricordo che mi piacque. Un po’ più avanti con l’età lessi anche “Il vecchio e il mare”, ma lo trovai molto piatto, privo quasi di interessse: finii il libro, ma mi l’amaro in bocca…

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