Difetto di fabbrica

Questa storia partecipa alla ventinovesima challenge del Circolo di scrittura creativa Raynor’s Hall. Il tema per questo mese è “Difetto”, scelto da me.

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Un… due… tre… scrittura di getto!


Sdraiato sul mio letto a guardare il soffitto, si sarebbe pensato che i miei pensieri galoppassero. Tutto, invece, nella mia mente era fermo. Ero preda di un ozio che mi affliggeva da tempo. Ci ero affondato lentamente e quando ne fui invischiato completamente non ero stato più capace di liberarmi.

Girai appena la testa a guardare la scrivania. I libri erano aperti alla rinfusa e in genere regnava un caos che non sarei riuscito mai a mettere in ordine, perché ero io stesso a essere in tumulto. Mi sentivo come la carta accartocciata nel cestino e che, seppur viva, era ormai destinata a morire e per il momento a raccogliere polvere.

Ritornai al mio obiettivo principale. Sul soffitto si potevano scorgere due tipi diversi di pittura, un rosa più chiaro e un rosa più scuro. Sulla parte chiara si potevano ancora vedere delle stelle che non erano state sotterrate dalla seconda mano di pittura. Anche loro potevano avere una lontana vicinanza con la mia situazione. Ero sotterrato di pittura e non potevo scrollarmene. E quindi non potevo fare altro che rimanere lì, sul letto, indolente.

Ormai tutto andava male per me. Tutto sommato avevo una famiglia affettuosa, degli amici con cui mi trovavo bene. Non avevo trovato l’amore ma ne ero tanto circondato che potevo sentirmi soddisfatto anche così. Non avevo problemi di salute, né preoccupazione di alcun genere. Non navigavo nell’oro ma ne avevo quanto mi bastava. Avevo i videogiochi e i libri che volevo, molti mi invidiavano. Questa invidia alcuni non erano nemmeno riusciti a nasconderla, disprezzando la mia fortuna davanti a me. In quei momenti non avevo fatto altro che sorridere. Quel sorriso beota e trasognante che alcuni contemporanei di Schubert avevano preso per stupidità. Cosa avrei dovuto dire? Che ogni uomo soffre intimamente anche se ha tutto e che non si può mai misurare la sofferenza che qualcuno prova? Che a volte la forza di volontà imponga anche di non mostrare il proprio dolore?

Sorrisi anche lì, nella mia stanza, senza che nessuno mi vedesse. La mia era solo una smorfia. Qualcosa che voleva ricacciare indietro le lacrime che avrei voluto versare a fiumi e che si sforzava a mostrare quel fantomatico sorriso che si richiedeva nella realtà. Anche i social lo dicono: bisogna sempre sorridere, mai mostrarsi tristi. Se lo si fa anche quel dolore diventa spettacolarizzato, un modo come un altro per prendere pubblico e attirare l’attenzione.

Forse era anche per tutte queste considerazioni ero giunto a essere così insofferente verso gli altri e il mio disprezzo sottile a volte si manifestava sul mio volto. Era forse l’unico sentimento che mi risvegliava dal letargo. A volte ero preso da una frenesia che mi agitava tutto. Vibravo quasi per quella rabbia che mi consumava. Allora diventavo scontroso, antipatico e rispondevo male a qualsiasi domanda che sembrasse per me una minaccia. Diventavo scostante e solo dopo, quando allontanavo i miei amici, quando riprendevo la lucidità dei miei sentimenti, ero capace di farmi perdonare. Ero così fortunato che i miei amici erano tanto buoni da non abbandonarmi. Anche in questa fortuna c’era la mia miseria. Non avevo motivo per lamentarmi di loro, per piangere per la loro mancanza.

Ero stata una persona anche appagata dal successo. Mi impegnavo in tutto ciò che facevo e ne uscivo sempre vincitore, anche al primo colpo. Da un po’ questa mia abilità era andata a logorarsi e ora era morta anche la volontà di mettermi in gioco che mi contraddistingueva. Avevo sempre studiato con una certa diligenza e ora più niente. Mi corrodeva anche una certa ansia per quel tempo che mi sfuggiva dalle dita.

Il problema lavorativo era un pensiero pressante. Avevo paura di non prenderlo e ancora di più mi faceva paura essere rinchiuso in un ufficio per otto ore o più. L’alternativa si dibatteva tra il sopravvivere o non vivere affatto. Non era qualcosa che mi piaceva. Questa frenesia, ricerca di titoli… era tutto uno scontro animalesco per mostrare alla femmina, cioè all’industria, tutte le proprie doti lottando contro gli altri concorrenti che desideravano il posto.

Ora per la società ero solo un difetto di fabbrica. Ero un sognatore, dedito all’arte. Ma un po’ non avevo una grande genialità in nessuno di quelle arti né ero disposto a sacrificarmi in un salto del vuoto che non mi avrebbe portato a niente. Cercavo una sicurezza che non riuscivo ad assicurarmi per mia stessa volontà.

Il sorriso si incrinò ancora di più ma resistetti. Mi alzai dal letto con una certa furia che mi dominava. Quel gesto violento voleva soffocare tutti i pensieri che mi avevano assalito fino a quel momento.


Creative Commons License

Alice Jane Raynor’s “Difetto di fabbrica” is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International License


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Riscritture della fiaba della Sirenetta di Andersen

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9 risposte a "Difetto di fabbrica"

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