La sua mente si incarnava negli occhi

Questa storia partecipa alla ventottesima challenge del Circolo di scrittura creativa Raynor’s Hall. Il tema per questo mese è “Crudo” , scelto da me.

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Ho scritto anche questo racconto di getto. Penso ci siano molte cose da limare e già ho qualche idea per introdurla in un contesto più ampio. In ogni caso fatemi sapere cosa ne pensate! 


Lasciava che il treno lo trasportasse alla sua meta. Fino alla fine era stato indeciso se salire o meno. Poi aveva pensato ai sacrifici, cosa lo spingesse ad andarsene da casa ed era salito all’ultimo, quando il treno non si sarebbe più riaperto, nel timore di un ripensamento. Si era seduto con stanchezza al primo posto, fortunatamente era tutto deserto: non avrebbe dovuto dare spiegazioni del suo comportamento a estranei. Ezio pensava che la vita fosse troppo cruda. Lui e la sua famiglia si erano trovati in una situazione difficile ed era convinto che ora si potessero intravedere i primi raggi del sole. Era convinto, perché non li aveva ancora visti. Non era importante quanto ci provasse: tutto gli sembrava oscuro come quel baratro in cui erano caduti. Da quel momento non aveva più visto luce e sperava che con il risollevarsi della situazione ne sarebbe rimasto abbagliato. Aveva avuto paura che il bene avesse potuto fargli male, da quanto se ne fosse disabituato. Ma da qui al non provare niente era tutt’altra cosa.

Il treno procedeva in modo rumoroso. In quelle regioni non ci si poteva proprio vantare della più alta tecnologia e, non avendo mai viaggiato, i rumori molesti lo distraevano dai suoi pensieri. Il che era un bene visto che i suoi pensieri erano cupi. Le poche persone che erano entrate nel vagone alla fermata, lo squadrarono e se ne allontanarono. Ezio pensò che quella fosse diffidenza: non si rendeva conto che persone sconosciute tendevano ad allontanarsi tra di loro per avere il proprio spazio. La verità era che gli mancava qualcosa e, per quanto lo odiasse, cercava nel contatto umano quel desiderio di felicità che non riusciva a completare. Vedeva gli altri soddisfatti, sereni e questo aumentava la sua percezione di essere il più miserabile dei miserabili. Non perché avesse i dolori più grandi, non si sarebbe permesso, ma perché non era capace di lasciarli andare. Soprattutto quando si stavano dissipando e non avrebbe più dovuto avvertirne la presenza.

Sgranocchiò qualche patatina con fare distratto: lo faceva più per tenersi impegnato che per la fame. Era stanco da quei pensieri ma troppo agitato per dormire. Se aveva lasciato tutto era per il desiderio che un’escursione fuori dai suoi confini avrebbe potuto aiutarlo ad allargare gli orizzonti e magari a risvegliare quella parte sopita di sé. Non sapeva bene cosa aspettarsi. Era sicuro che quando l’avrebbe incontrato se ne sarebbe accorto. Era uno dei pochi pensieri che rischiaravano l’oscurità. Sperava di non rimanere deluso. Avrebbe significato rinunciare per sempre a qualsiasi altra emozione che non fosse la malinconia e la tristezza. Sarebbe stato intollerabile. Forse avrebbe ceduto alla più cinica apatia e allora poi non avrebbe avuto più alcuna differenza con un corpo morto. Questo gli faceva paura. Il timore era un altro sentimento.

«Un altro sentimento negativo, in ogni caso».

Ogni cosa confermava la sua teoria o almeno così voleva convincersene, prendendo come prova qualsiasi cosa gli capitasse a tiro. Era un destino ben crudele il suo, quello di essere ingannato dalla sua mente.

L’altoparlante annunciò l’ennesima fermata. Ezio sbruffò, cambiò la gamba da accavallare e controllò nervoso l’ora, per verificare che fosse nei tempi e sperando che il tutto passasse il prima possibile. Quella solitudine era penosa. Forse aveva sbagliato a non portare nessuno ma, dentro di sé, sapeva di aver fatto la scelta giusta. Portare qualcuno avrebbe mandato all’aria il suo progetto e sarebbe ritornato a casa sterile come prima, senza che quelle persone riuscissero, anche con le loro belle parole, a fargli filtrare la luce della realtà in modo diverso.  Era annoiato, anche impaziente e quando si sporse dal finestrino, nella speranza di poter vedere un bel paesaggio, la vide.

Il cuore prese a battere più velocemente e sentì il calore inondargli il volto. Non aveva quasi bisogno di sbattere le palpebre: fino a quando il treno glielo avesse concesso, avrebbe continuato a guardarla. Si portò una mano fredda alla guancia, sperando di poter calmare il rossore. Fu con stupore che sfiorò le labbra e di riflesso si osservò nel vetro del treno. Stava sorridendo.

Su un binario inutilizzato della stazione era seduta una ragazza. Guardava davanti a sé. Non faceva niente di particolare, eppure era proprio quello sguardo ad averlo attirato. Era abbastanza vicino per poterlo definire ardente. Se lui era ammantato dall’ombra, lei divorava la realtà che la circondava, fino a far fremere l’aria vicino a sé. Il suo corpo era calmo, abbandonato in una posa rilassata ma la sua mente si incarnava in quegli occhi, in quel sorriso e allora tutto il suo corpo assumeva un altro significato. Attorno a sé aveva un ambiente crudo, come la sua situazione. Non era spoglio, non era rozzo. Le pareti della stazione erano dipinte di un rosso ormai rancido, che gli ricordava sangue e la folla era attonita, come se avesse assistito a qualche omicidio.

Ezio ne era conquistato. Non aveva pensato a niente del genere, eppure l’emozione era stata quella che aveva immaginato. E finalmente si sentiva pieno di qualcosa di diverso, che non riusciva a esprimere ma che lo purificava nella sua interezza.

Il treno si fermò e lui lo imitò, la osservava. Temeva di perderla, di vederla a un tratto andarsene via. O peggio. Avrebbe potuto vedere quella volontà incrinarsi e perdere se stessa. Allora la sua immagine avrebbe perso l’autorità e tutto sarebbe precipitato. Avrebbe dovuto preservare quella luce. Tentò di alzarsi, aiutandosi con le braccia. Era piuttosto malfermo. Incespicò nel corridoio e giunse alla porta. Premette il pulsante. L’emozione quasi gli impediva di essere lucido. In poco tempo si sarebbe impossessato del simbolo e allora tutto sarebbe stato eterno. Si guardò nel vetro. Si spaventò. Ora a sorridergli era un’altra persona, dal sorriso folle e dai lineamenti del volto scomposti. Le porte si aprirono, rimasero così per qualche minuto, poi si richiusero.

Ezio non scese ma non riuscì ad allontanarsi. Se l’avesse raggiunta avrebbe dovuto fare i conti con la persona, non con l’ideale e quella non poteva di certo possederla. E forse si sarebbe rivelata più fragile di quanto pensasse. Tutto si sarebbe infranto e allora non sarebbe più uscito dal pozzo. Non riuscì a ritrarsi, per quanto se lo comandasse, ma il treno riprese a muoversi senza che potesse ormai più scendere. Trovò le forze per ritornare al suo posto e seguirla fino a quando gli fu ancora possibile. Presto la campagna iniziò a scorrere sotto i suoi occhi.

Eppure, non appena chiudeva gli occhi, lei era lì. Come i suoi occhi e divoravano l’oscurità in cui era piombato. Tutto era meno crudo.


Creative Commons License

Alice Jane Raynor’s “La sua mente si incarnava negli occhi” is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International License


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5 risposte a "La sua mente si incarnava negli occhi"

  1. Ho letto il racconto qualche giorno fa, ma lo commento solo ora. Ciò che mi è piaciuto di più è il fatto che lui non scenda dal treno. Resta ancorato alla realtà e capisce di essere attratto dall’ideale non tanto dalla persona, nonostante tutto quell’ideale gli cambia la vita. L’ho trovato un racconto vero che fa riflettere. Brava! 🙂

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