Analisi su “Gli indifferenti” di Alberto Moravia

Gli Indifferenti

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Copertina della Bompiani di “Gli Indifferenti” di Alberto Moravia

Scheda

Titolo: Gli Indifferenti

Autore: Alberto Moravia

1° Edizione: 1929

Lingua originale: Italiano

Genere: Narrativa

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Quarta di Copertina

Quando Alberto Moravia cominciò a scrivere questo capolavoro, nel 1925, non aveva ancora compiuto diciott’anni. Intorno a lui l’ltalia, alla quale Mussolini aveva imposto la dittatura, stava dimenticando lo scoppio d’indignazione e di ribellione suscitato nel 1924 dal delitto Matteotti e scivolava verso il consenso e i plebisciti per il fascismo. Il giovane Moravia non si interessava di politica, ma il ritratto che fece di un ventenne di allora coinvolto nello sfacelo di una famiglia borghese e dell’intero Paese doveva restare memorabile. Il fascismo eleva l’insidia moderna dell’indifferenza a condizione esistenziale assoluta.

(Dalla quarta di copertina della Bompiani)

Analisi (Possibili Spoiler)

Gli indifferenti” è un ritratto pungente della borghesia italiana degli anni Venti e Trenta. Moravia inscena la falsità e l’ipocrisia con perfetto realismo, tanto che, alla sua pubblicazione, il libro suscitò grande scalpore. Prova che Moravia, nella sua critica, doveva aver colto nel segno. Partiamo da un punto importante: Moravia non aveva intenzione di criticare e colpire la società in cui viveva, almeno in un primo momento e non consapevolmente. Iniziò la stesura del libro quando era ricoverato. Anche negli anni precedenti aveva avuto poca possibilità di frequentare la scuola e la società che riesce a esaminare così accuratamente. Moravia non intraprese un normale percorso di studi come i suoi coetanei ma lesse molto e questa convalescenza lo rese sensibile agli impatti del mondo esterno. Tutto questo è ben miscelato nel libro, si sente il sagace spirito di osservazione che è riuscito a squarciare il velo di Maya e a immergersi nel cuore pulsante della gente del suo tempo. Moravia è lontano con il corpo ma più vicino alla vita rispetto a tutti gli altri.

Nel dissacrare la società dominante, Moravia si fa aiutare dal suo stile preciso e sincero. Descrive essenzialmente l’ambiente che circonda i protagonisti per delineare la miseria e l’introspezione è subito chiara. È realistico anche in questioni più scandalose, come ad esempio quella del sesso. Moravia descrive l’eccitazione di un uomo e il corpo voluttuoso di una donna nuda. Non scende mai nei particolari, il suo libro ha solo decise pennellate di erotismo che bastano a delineare il contrasto della società. Quest’ultima è perbenista e trova scandaloso il sesso; reputa ancora che una donna debba rimanere illibata fino al matrimonio quando tutti hanno amanti, segreti e tresche. La borghesia è vuota e si sarebbe gettata nei valori del fascismo, per riempirsi di gloria. Moravia non perde tempo a denunciare questo malessere ma narra tutto con i suoi personaggi: sono loro a delineare la tragedia. L’indifferente è molto simile all’inetto sveviano: incapace di relazionarsi con il mondo e si sente alienato.

Ci si finge ricchi, ci si finge casti e ci si finge rispettabili. La più emblematica figura di questa finzione è la madre: Mariagrazia Ardengo. È oppressa dai debiti ma non si fa scrupoli a dipendere da un uomo pur di mantenere il suo status sociale. La cosa di cui ha più paura è essere povera, dover vivere in una casa con poche stanze, dover lavorare e fare sacrifici. È inoltre cosciente del fatto che tutti la abbandonerebbero nella sua miseria, come se non la conoscessero. Sono altre le cose su cui è completamente cieca, ad esempio la sua relazione con Leo Merumeci.  L’amore è morboso e possessivo, forse è la sua caratteristica più borghese: è l’unica cosa che possiede. La sua gelosia è cieca ma sa anche, in fondo, quanto sia frivolo il legame che la lega a Leo, tanto da nascondere gli anni della figlia per non apparire più vecchia all’amante. Mariagrazia è una figura femminile debole da sola: le manca la presenza maschile che ricerca in Leo. Lo ricerca come amante e poco si interessa dei figli. Un po’ per suo egoismo, un po’ perché manca la figura paterna che il suo amante può riprodurre fino a un certo punto: non è suo marito. La sua tragicità nasce dal fatto che il suo unico possesso è un’illusione. Nonostante i suoi attacchi isterici all’idea di essere abbandonata, non sapremo mai la sua vera reazione finale. La sua tragedia è sospesa ma ben percepita dal lettore.

Carla Ardengo è la figlia di Mariagrazia e fin dall’inizio sappiamo che Leo, l’amante della madre, tenta di sedurla. Carla è giovane ma ritenuta strana persino dai suoi coetanei, che non vedono in lei nessun tipo di interesse sessuale. Carla cederà alle lusinghe di Leo nella speranza di cambiare vita e di riempire il vuoto che sente: l’indifferenza, appunto. È rassegnata a non trovare un marito e per questo decide di concedersi, sperando che la travolgente passione di Leo servi a riscaldarla. A tratti le piace lasciarsi andare alla libido: cede facilmente perché vuole nuove emozioni e in fondo desidera essere ripudiata per liberarsi dal perbenismo. A tratti vorrebbe ritornare alla ragione e trattenersi perché ha paura. Solo il desiderio di riscatto la spinge ad andare avanti. In lei vi è anche un velato desiderio suicida ma, a differenza delle fantasticherie del fratello, non riesce ad andare fino a fondo nel pensiero. Ci pensa un attimo e poi va avanti, come se non avesse pensato a nulla di grave. Non prova delle grandi passioni, non ha rispetto per se stessa e non comprende la morale che le viene impartita.  Alla fine la stessa madre non ha dei valori, anche se li proclama, e tutte le persone che la circondano non sono da meno. Carla penso sia una figura più tragica di Michele: non si rende conto di quello che le sta attorno. Dopo grandi turbamenti le basta indossare la maschera di Pierrot e andare a un ballo in maschera. È anche buffa la scelta della maschera: Pierrot è l’innamorato patetico e sfortunato. Indossa questa veste come un personaggio pirandelliano. Lei si fa influenzare dal suo ambiente: cede se stessa per avere un guadagno in cambio.

Michele Ardengo, il fratello, è il personaggio in cui l’indifferenza ha un riscontro più teatrale. A lui non importa tutta la macchina sociale che gli si muove attorno eppure si sente in dovere di agire e di far sentire la sua voce. È un uomo che vorrebbe essere un pater familias. Si sente in dovere di opporsi a Leo per affermare la sua supremazia, non per vero desiderio di risolvere la situazione ma per riscattare la sua posizione. Cercherà di far sentire la sua voce anche a Lisa, ma lei non cadrà nel suo tranello. Michele è alienato dalla sua realtà e in parte sogna un passato glorioso, dove erano grandi emozioni a spingere gli uomini e si rammarica di non poterle provare. Quando compra la pistola, vorrebbe imitare la stessa tragicità di un personaggio ottocentesco come un Raskolnikov, di Delitto e Castigo. Ma questo non gli è possibile perché la tragedia dell’uomo novecentesco non è più quella di provare ma quella di non provare. Finisce per essere artefatto e poco convincente. È una marionetta senza fili nel vasto teatro del mondo. Mentre Carla sembra cedere all’anima borghese, lui rimane fermo. Non vorrebbe quell’epilogo perché lui si sentirebbe colpevole, come se fosse stato lui a provocarlo. Forse una latente sindrome di protagonismo. La sua preghiera alla sorella è accorata ma lui è indifferente, non può provare rimorso. È l’ennesima messa in scena per provare dei sentimenti o davvero Michele ha sentito qualcosa?

Leo Merumeci è un indifferente di un altro tipo. Lui sente ben forti le sue due principali passionalità: sesso e denaro. Queste due componenti lo guidano nelle sue azioni. Da un lato ha paura di perdere un affare vantaggioso, dall’altro sente di star invecchiando e come libertino ha sempre bisogno di nuove avventure appaganti. È brutto d’aspetto come è brutto il suo animo. È indifferente a ogni tipo di scrupolo morale e sembra essere il personaggio vincente in questa società visto che è ricco, potente e rispettabile. Leo usa tutto e tutti e sa ben sfruttare i limiti che la borghesia si impone a suo vantaggio. Lui vede il malessere della famiglia Ardengo ma lo sfrutta al suo scopo per piegarla. L’unico personaggio che gli si oppone, Michele, è quello a cui non riesce a mettere completamente freno. Michele, anche se è finto nelle sue azioni, crea difficoltà perché è un po’ portatore di quei valori antichi che anela e diventa, perciò, imprevedibile. La debolezza di Michele non basta per rendere le sue aspettative autentiche ma riesce a sorprendere Leo, anche per la rettitudine morale che si ostina a portare avanti, nonostante sia una messa in scena.

Lisa è un personaggio intrigante. A tratti sembra estraniata dalla realtà sociale in cui vive. Suo marito l’ha abbandonata ma a differenza di Mariagrazia non ha bisogno di un uomo per andare avanti. Desidera Michele ma solo perché è infatuata dalla sua giovinezza ed è sicura di amarlo. È la persona che riesce a smascherare Michele: capisce che le emozioni che prova non sono vere. In un certo senso è il personaggio che non si fa mai ingannare dalla realtà. Ma non agisce, nonostante a volte lo desideri, ad esempio quando vuole parlare con Carla per metterla in guardia.

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