Il Demiurgo

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Questa storia partecipa a “Il club di Aven” . I temi erano due e dato che non volevo scrivere due storie e non volevo trascurare nessuno dei due, ho usato entrambi: diario e rosa.Buy Me a Coffee at ko-fi.com

Anche questa storia è un racconto di getto, non ho pensato molto per scriverla. Spero vi piaccia!


Erano giorni che non trovavo pace nel castello. Per quanto lo spazio fosse grande e avessi libertà di muovermi, mi ero confinato nella mia stanza. Dal letto guardavo la mia immagine allo specchio e cercavo di studiare il mio volto e la mia fisionomia. Quasi non mi riconoscevo. Cercavo di trovare un senso di quell’aspetto che diventava mano a mano più bestiale e tentavo di spiegarmi quelle espressioni che non avevano senso e mi imbruttivano. Mi muovevo lo stretto necessario per trascinare la mia esistenza ma poi strisciavo su quel letto blu ormai sfatto e continuavo a fissarmi. Dovunque mi spingesse la necessità quello era il nido e quello sembrava essere diventato il fine ultimo della mia esistenza. Rare erano le volte in cui mi scuotevo e una scintilla di vita risplendeva nei miei occhi. Cercavo di districarmi e di uscire da quella melma di noia in cui mi ero invischiato ma la fatica era troppa e ripiombavo nell’ozio. Da quando non c’era niente aveva senso e non stavo bene. Non era una dipendenza, era il bisogno di qualcosa che riscaldasse un cuore afflitto che non aveva più niente da sperare. Avevo una profonda nostalgia di quella che era la mia attività un tempo: frenetica, sempre piena di nuove esperienze. Mi era stata strappata via o forse me l’ero strappata da solo. Vi era un declino nella mia esistenza e non riuscivo a riafferrare quello che mi rendeva vivo: la lettura, lo studio e il calore umano. Mi mancava ormai quello che faceva il collante al tutto, colei che riordinava il caos, come il Demiurgo platonico. Preso da questa rivelazione, mi alzai dal letto con ribrezzo. Mi allontanai dalla stanza con una certa fretta e mi diressi nello studio. La penombra del pomeriggio creava una luce gradevole che non scoraggiava la penombra dei sogni ma che permetteva di vedere la realtà. Mi sedetti alla scrivania con una speranza che mi animava. Posi davanti a me dei fogli puliti, intinsi la penna e aspettai, con lo sguardo proteso alla finestra. Cercavo quel guizzo di ispirazione che mi avrebbe permesso di iniziare e lasciar fluire le mie emozioni. Per quanto il paesaggio fosse bellissimo e potessi contemplarlo, non parlava al mio animo. Volsi lo sguardo alla rosa sulla scrivania. Il capo era piegato in basso per la pesante corolla e il suo splendore la stava abbandonando via via. Sul tavolo c’erano anche alcuni petali caduti. Fu quella bellezza decadente a spingermi a scrivere il mio diario, perché avevo trovato in lei qualcosa in comune.

“C’è una qualche forza oggi che mi ha permesso di iniziare questo scritto: una rosa. Anche se presto sparirà, le sarò sempre grato. C’è qualcosa dentro di me che non conosco ma ho il desiderio di scoprire, scrivendo. Voglio mettere da parte quella negatività che mi trascina in basso. Più a lungo terrò il capo alzato, più non vedrò i petali che ho lasciato dietro di me. Questa stasi è durata fin troppo. È necessario prendere in mano il proprio destino”.


Creative Commons License

Alice Jane Raynor’s “Il Demiurgo” is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International License

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11 risposte a "Il Demiurgo"

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