L’ultimo valzer

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Questa storia partecipa alla ventiduesima challenge del Circolo di scrittura creativa Raynor’s Hall. Il tema estratto per questo mese è stato “Timbro” proposto da Katya Ferrante.

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Non sapeva molto bene cosa scrivere per questo tema. Ho scritto questa storia di getto, spero vi possa piacere 🙂


Terminò di scrivere l’ultima lettera e mise un punto alla frase. Ripose la piuma nel calamaio e sospirò con stanchezza. Ripercorse con gli occhi le righe che aveva scritto su quel foglio di carta rovinato, ma che era il primo che gli era capitato davanti. Non credeva possibile di aver scritto delle cose tanto importanti su un foglio tanto insignificante: tutto a un tratto aveva acquistato valore ciò che prima avrebbe buttato via senza ripensamenti, nonostante la carta fosse un bene costoso. Non aveva il coraggio di rileggere davvero le sue parole ma si accontentava di guardarla, ripensando a tutto quello che aveva cercato di trasmettere. Sperava di esserci riuscito.

Avrebbe desiderato alzarsi e allontanarsi da quella lettera, che gli pesava come un fardello. Ma non poteva. Non faceva che fissarla e al contempo non guardarla veramente. Forse era ancora in tempo per cambiare quello che aveva già deciso da tempo e che aveva siglato per sempre con quello stesso scritto. A un tratto il brivido gli percorse tutto il corpo e si alzò di scatto, come se fosse stato spaventato da qualcosa. Si guardò alle spalle, come se avesse sentito i passi di un sicario.

Era solo. Si asciugò i sudore della fronte con una mano e seppellì la lettera sotto libri e scartoffie che gli capitarono sotto mano. La sua scrivania non era mai stata in disordine: chi lo conosceva si sarebbe accorto che c’era qualcosa che non andava. Ma nessuno lo conosceva abbastanza per capire la lettera e soprattutto per capire quanto la faccenda potesse stargli a cuore. Era un insensibile, uno che aveva imparato a non tralasciare le sue emozioni per non essere soffocato dagli altri e dalle sue paure. Era rimasto invischiato in quella maschera e non poteva liberarsene. In fondo era anche comoda, perché liberarsene? Eppure continuava a pesargli la presenza di quella lettera, che seppure se sepolta e lontana dalla sua vista, continuava a infestare la sua mente, come un fantasma. Se lo avessero visto in quello stato, non lo avrebbero riconosciuto. Forse ne avrebbero persino riso, tanto avrebbero pensato si fosse trattato di una farsa. Quanto poco si conosce il cuore degli uomini. Si voltò a guardare il giradischi che, fino a quel momento, aveva riprodotto il famoso valzer di Shostakovich e ora si era interrotto. La stanza era nel silenzio. Non si era nemmeno accorto della musica fino a quando non se n’era andata. Forse la verità è che non ci si accorge mai delle cose finché non se ne vanno. E quando quella lettera se ne sarebbe andata, lui se ne sarebbe andata con lei. Di questo ne era più che sicuro. Il pensiero gli fece venire di nuovo le lacrime agli occhi, che trattenne con rigida fermezza.

Scappò dalla stanza, inciampando per un attimo mentre cercava di afferrare il cappotto che si era dimenticato prima di uscire. Si chiuse la porta di casa alle spalle e si fermò un secondo. Il cuore scalpitava, sentiva ancora gli occhi gonfi e per questo si concesse un lungo respiro, per riprendere il controllo, prima di avventurarsi all’esterno. Camminava distintamente ma aveva la sensazione che avesse un passo più rapido del solito. Doveva essere l’agitazione. Per un attimo si oscurò in volto e perse di vista la strada che stava seguendo, lasciandosi trasportare dalle sue gambe. Quando si riprese e tornò lucido, era sicuro che quella strada non l’avesse vista fino ad allora. Qualcuno gli si era avvicinato, non avrebbe saputo dire se uomo o donna, se bambino o vecchio, e gli aveva implorato aiuto. Lo aveva seguito, non sapendo bene cosa dovesse fare e forse gli era stato davvero d’aiuto, perché si ricordava nitidamente di aver ricevuto dei ringraziamenti. Ma non sapeva perché. Era una bella sensazione ricevere un grazie, era una brutta sensazione non sapere il perché. Godeva della sua azione solo per metà e nel frattempo si arrovellava il cervello: cos’aveva fatto per aver ricevuto tanta gratitudine da uno sconosciuto di cui non sapeva neanche le fattezze?

Vagò per vicoli bui, abbandonati e lerci, percorse strade con persone che ballavano felici al ritmo di una musica popolare e scorse persone piangere, nascoste dietro le loro finestre. Lasciava scorrere dentro di lui tutte queste immagini, senza che si soffermasse a riflettere su nessuna. In quel momento non pensava nemmeno più alla lettera ma, in maniera passiva, sentiva agire su di lui gli effetti di quello che aveva scritto, costringendolo a un carattere malinconico e taciturno. Si era dimenticato persino a chi aveva dato il suo aiuto. Pareva un sonnambulo, tanto la sua volontà era annullata.

Si fermò solo quando le sue gambe si erano stancate e si accorse di essere davanti alla sua casa. Guardò imbambolato l’ingresso. Perché nel momento in cui si era arreso, si era fermato proprio in quel luogo? Forse perché era giusto il momento. Deglutì piano, cercando le forze necessarie per avanzare e mettere fine a quella farsa. Arrancò fino alla stanza e vi si richiuse dentro. Non era cambiato nulla, era solo più buia e il buio nascondeva le cose. Ma lui sapeva che erano tutte lì. Sapeva che la lettera era lì ad aspettarlo. Accese una lampada e lasciò che i suoi occhi si abituassero all’ambiente. Mise ordine sulla scrivania e con ordine meticoloso ripose tutti i libri al loro posto. Lo fece con lentezza, per prendere ancora del tempo per quell’avvenimento che risultava ormai improrogabile.

Infine si sedette e richiuse subito il foglio. Non voleva leggerlo e non voleva vedere la sua calligrafia sotto gli occhi. Ma la sua mente continuava a ricordare le sue parole, che gli marchiavano la pelle. Prese la ceralacca e iniziò a farla riscaldare vicino a una candela. Si incantò a guardarla: era rossa come il sangue.

Quella lettera avrebbe decretato la fine. Avrebbe permesso che si allontanasse e vivesse la sua vita. Gli aveva augurato la felicità e aveva cercato di aiutarlo con riflessioni e consigli. Aveva evitato qualsiasi sentimentalismo sulla sua di situazione, che sarebbe stato solo. Gli aveva anzi offerto il suo aiuto, anche se non sapeva in che modo avrebbe mai potuto essere utile. Né era sicuro che, dopo quella lettera, avrebbe potuto aiutarlo davvero. Non era una lettera d’amore, né era una lettera a un figlio. Era una lettera a una persona a cui si amava sì, ma non di quell’amore di cui si è soliti parlare. Era qualcosa di complesso, nemmeno chiaro al mittente. Forse neanche il destinatario sapeva di cosa si potesse trattare. Erano in qualche modo legati insieme ma avrebbero presto reciso quel legame. Siglare quella lettera significava mettere fine a tutto e lui non si sentiva pronto per farlo. Gli mancavano le forze. Però sapeva fin dall’inizio che sarebbe finita e sapeva anche che alla fine il sacrificio sarebbe stato il suo.

Prese il timbro, mentre gli tremavano le mani. Guardò il simbolo che vi era inciso sopra, cercando di calmarsi con quello che era un oggetto familiare. Poi lo premette con forza sulla macchia rossa e si sentì morire dentro: gli sembrava quasi di aver infilato un pugnale in un corpo che amava. Non riuscì a trattenere un singhiozzo. Gettò il timbro lontano da sé e si alzò dalla sedia.

Quando giorni dopo, alla morte del proprietario, si decise di vendere la casa, il compratore si chinò a raccogliere l’oggetto dimenticato dietro un mobile. Era il timbro macchiato di rosso.

 


Creative Commons License

Alice Jane Raynor’s “L’ultimo valzer” is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International License

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9 risposte a "L’ultimo valzer"

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