Il cambiamento della vita privata e il matrimonio come “uguaglianza complementare”

Questo saggio breve è frutto di un lavoro scolastico. L’argomento era “Le trasformazioni provocate dai mutamenti sociali degli ultimi decenni nella struttura della famiglia italiana”. I documenti dati sono citati nel testo.

Sala12RaffaelloColore[1]

Cambiare il matrimonio significa scardinare un’istituzione radicata dalle più antiche civiltà. Fino a un secolo fa, il matrimonio era una tappa inevitabile per qualsiasi uomo: chi non si sposava veniva escluso dalla società. E’ stata una faccia ipocrita per la procreazione di una stirpe e un passaggio di ricchezze tra famiglie: nulla di più. Ogni sfera sociale aveva i propri interessi da mandare avanti ma i moventi erano gli stessi: una compra-vendita con una dote o la riparazione di un qualche amore illecito da parte soprattutto della donna. Le nozze sono sempre state un qualcosa di profondamente utilitarista. Per vedere quanto fossero radicate, basti notare come vi fossero, fino a pochi anni fa, leggi assurde come il delitto d’onore, l’obbligo di sposare il proprio stupratore o la condanna di un divorzio.

Il matrimonio non è più un legame per la famiglia ma per la coppia: non ci si sposa più con l’idea di fare figli. Il Corriere della Sera del 30 Marzo 1999 mette in risalto una serie di percentuali che sembrano più voler indignare una società, piuttosto che vedere un giusto cambiamento. La così chiamata “coppia pendolare” nasce dall’esigenza di entrambi i partner di portare avanti il proprio lavoro, spesso vivendo anche distanti. Forse la cosa non è negativa ma è sicuramente dolorosa: in una situazione del genere come si può pensare di avere un figlio? Ci sono responsabilità e situazioni economiche a cui far fronte: lo Stato non fornisce agevolazioni di sorta, se non pensate inutili e banali come quella del “fertility day”; quale genitore incosciente crescerebbe un figlio, se non può permettersi di educarlo a causa del lavoro? Come dice Golini, l’incremento dell’istruzione ha portato le donne a una coscienza dei propri diritti e del proprio stato: dopo anni di studio e di sacrificio, quale donna si rinchiuderebbe in una casa ad accudire i figli e rinunciare alla propria indipendenza? Poche e questo vale anche per l’uomo: è chiaro che in una situazione del genere il bambino sia un peso. Si cerca di rendere al meglio la propria vita e di realizzarla al massimo attraverso la carriera. E’ l’impianto sociale che ormai ha obbligato, anche per chi voglia avere figli, a rinunciarvi.

Obbligato a lavorare molte ore e a non poter gestire la propria vita privata, l’individuo realizza se stesso nella vita pubblica. La famiglia non può più essere dettata da una morale cristiana; basti vedere come il matrimonio celebrato in Chiesa venga scelto sempre più raramente e si preferisca il matrimonio civile o la convivenza.

Quando Golini parla di asimmetria, definisce alla perfezione il ruolo antico del matrimonio, anche se ne analizza solo un aspetto: se la donna si ritrova bloccata in alcuni schemi, lo stesso si deve dire per l’uomo. Anche se forse le sue costrizioni si sentivano “meno”, perché legato al comando e alla “virilità”, l’uomo si è ritrovato a seguire idee che non necessariamente facessero parte della sua indole ma che un’educazione e una società gli avevano imposto. Se la donna distrugge alcuni stereotipi lavorativi, anche l’uomo lo fa ma se ne parla di meno, come se il loro desiderio sia una vergogna per la società: un uomo che desidera essere un baby sitter è per forza un pedofilo, non potrebbe essere altrimenti.

Il nuovo matrimonio si ripropone di rispettare la parità dei sessi e lasciare che i partner si distribuiscano i compiti senza essere influenzati da opinioni sbagliate. E’ necessario anche dire, però, che per quanto sia giusta la parità dei sessi, ci sarà sempre un dislivello fisico tra l’uomo e la donna, quindi piuttosto che parità parlerei di “uguaglianza complementare”: ogni individuo è diverso, con diverse inclinazioni ma si raggiunge a una comunanza dei diritti e nei doveri in proporzione alla capacità individuale. Il nuovo matrimonio non deve portare quindi l’uomo a ricoprire tutti i ruoli “femminili” e viceversa ma si deve giungere a un equilibrio in cui i suoli si confondono e non assumono più la denominazione di maschile o di femminile.

Questa credo sia una giusta struttura simmetrica in cui i due partner sono sì uno lo specchio dell’altro – per il “complementare” – ma non sono influenzati od ostacolati dal loro sesso – per questo “uguaglianza”.

Il matrimonio, rispondendo a tutti questi dettami, non può più essere influenzato dal cristianesimo. Credo che esista ancora l’idea di matrimonio come unione per la vita, ma non nel caso sfoci nella violenza o nell’incomprensione: in quel caso è un’unione inutile e dannosa, meglio venga recisa. L’idea di coppia aperta invece era già presente nel passato come nei coniugi Shelley, sta alla coppia capire come vivere il loro rapporto: devono essere liberi di scegliere nel rispetto del proprio compagno. Questa libertà non è da giudicare con “bene” o “male”. La vita privata ha diritto di essere tale: nel passato il matrimonio era soprattutto un volto pubblico e giudicato da chiunque.

Ormai è obsoleto parlare di maschile e femminile, soprattutto adesso con il riconoscimenti dei diritti delle coppie omosessuali che siglano ancora un giusto cambiamento della società. Non è neanche una situazione italiana o europea: anche gli arabi, per esempio in alcune zone, cambiano la loro concezione di matrimonio: inizia a essere vietata la poligamia e anche una donna può divorziare, anche e solo nel caso il marito sia sterili o la tradisca. Ma in una società dominata dalla religione è certo un passo avanti per la lotta dei diritti. Il cambiamento non sempre deve far paura o è negativo: il mutare è il perpetuo distendersi dell’animo umano.

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