Danzatori nell’Oscurità – Parte XI

«Vi è qualcosa che mi spaventa» disse Vanja «in queste strade deserte. Mi stringo nel cappotto, come se avessi paura che il freddo e la paura penetrino il mio corpo. Ho paura quando vedo persone felici in un luogo abbandonato. Ho paura quando vedo falsa allegria che contamina come una malattia quei volti emaciati e bianchi. Mi sento sporca, perché non sono come loro. Mi sento colpevole perché candidi vesti avvolgono il mio corpo pieno di curve, che fa invidia a quella schiera che, senza nome e senza volto, trascina la propria vita nella miseria. Io avevo colonizzato il mondo di miei capricci, ma era un mondo mio, che non includeva tutti gli altri. E ora, caduto l’egoismo, devo vedere la realtà. Osservo gli effetti e ogni espressione stampata sugli individui, identiche a tutti gli altri che li circondano. E questi sentimenti di afflizioni si imprimono a fuoco nella mia anima e non riesco a liberarmene. Vorrei avere un luogo dove potermi nascondere ed evitare quegli sguardi che si posano su di me, strisciano su tutta la mia figura eppure non sembrano davvero capire ciò che hanno davanti, troppo rinchiusi nel loro mondo di miseria e dolore. Ma non vi è luogo dove fuggire da questa massa informe, che si adatta come acqua ad ogni spazio vuoto che si crea. Mi sento circondata e sento i loro corpi sfiorare in continuazioni il mio, e più li sento vicini, più capisco quale sia il loro vero significato e ne ho paura, il terrore mi assale. Forse anch’io avevo questo aspetto quando pensavo unicamente al mio interesse e ignoravo qualsiasi altro. Se solo si potesse essere tutti gentili verso l’altro non vi sarebbe dolore ma solo gentilezza e nessuno conoscerebbe l’invidia o il torto o la rabbia o la violenza. E forse in assenze di tutto questo non ci sarebbe neanche vita e ci si trascinerebbe in qualcosa di non reale. Mi sento in una gabbia di mille corpi e sola mi pare di emergere come coscienza in questo mare vuoto. Vorrei prenderli uno per uno e scuoterli da quel sogno che mangia la loro speranza profonda, ma il loro sguardo mi spaventa e non mi sento a mio agio. Mi viene da piangere perché vorrei essere più forte ed aiutare coloro che mi circondano e mi pare sempre di chiudermi nel mio piccolo egoismo, da cui non ricaverò che odio e disprezzo per me e per gli altri»
«Vanja corre» disse Lysandre «verso lidi ignoti e prende la testa tra le sue mani e sembra volersi strappare i capelli. La inseguo con cautela, vorrei toglierla da quella disperazione e far sbocciare un sorriso dal suo volto. Come potrebbe aiutare gli altri, se lei è prima che necessita aiuto? E forse io potrei rincuorarla. Ma qualcosa mi ferma. Vedo una donna, bella e stanca, gravata da occhiaie nere. Vedo che si toglie i bei orecchini del suo matrimonio e le pesa su quella bilancia infernale governata da mani rapaci. Da un sentimento e un ricordo riceverà una misera ricompensa per andare avanti nei suoi giorni»

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Alice Jane Raynor’s “Danzatori nell’Oscurità” is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International License.

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