Danzatori nell’Oscurità – Parte IX

«Devo trovare una continuazione» disse Lysandre «per questa vita che disprezzo e vorrei vedere sbriciolarsi sotto i miei passi. Odio l’umanità. Odio tutto quello che possa essere debole, frivolo e sciocco. Forse nemmeno io stesso mi salverei da questa autodistruzione, tanto vedo la mia imperfezione da desiderare di sparire. A volte è meglio non essere che essere. Abbandonarsi alla consapevolezza di non avere forma e sperare di terminare il proprio ciclo vitale, abbandonare sempre questa terra e non avere più coscienza di quello che si è stati e di quello che si ha inferto. Abbiamo una vita per meditare su quello che abbiamo subito e un’eternità per rimpiangere il male che abbiamo fatto, quando una coralità di voci si alza ad accusare i propri delitti. E anche allora l’uomo non capirebbe la sua stupidità e il proprio comune errore, che non gli fa vedere nell’altro la propria stessa colpa e la propria stessa superbia»
«Sento scorrere odio nel vento» riprese Vanja «e vorrei solo sfogare quell’immensa energia che finirà per risucchiare il mio stesso essere, se non la sfogo nel modo opportuno.  Rompo e rovescio qualsiasi cosa trovo davanti il mio cammino e poco mi importa che i cocci di vetro fanno sanguinare le mie mani, poco mi importa di distruggere, cancellare e annientare. Se potessi e ne avessi le forze, molto probabilmente estinguerei anche me stessa. Ma in questo momento sono troppo presa nel lasciare nel mondo innocente la traccia della mia rabbia, che fonda le sue origini in un passato di cui ancora non riesco a dimenticare»
«Come può esserci calma» disse Dmitrj «quando dentro me infuria una tempesta da cui non posso trovare pace. E non vi è luogo in cui possa scappare e so che durerà in eterno, maciullando la mia povera mente e la mia carne ferita dalla mia stessa intenzione. L’unico modo che ha il mio corpo di placarsi è quello di muoversi, di sfogare la sua immensa energia correndo e sentendo i rami degli alberi graffiare le proprie guance. Vorrei per sempre percorrere le vie dell’infinito e lasciarmi corrodere dalla mia stessa rabbia, fino a quando cadrò in ginocchio e più niente mi potrà rialzare»
«Il baratro avanza» disse Haydèe «avanza sino a inghiottire e mi dibatto, come un pesce fuor d’acqua, per salvarmi e trovare quello spazio vitale che sento franare sotto i piedi. Nessuna mano è tesa ad aiutarmi e affogo in quella melma scura, mentre lacrime perlacee sorvolano il mio volto e quell’acqua sembra l’unico riflesso di luce in un mare di oscurità, fino a quando esse stesse scompaiono. Mi manca l’aria, mi manca sbattere gli occhi davanti al sorgere del sole, quando ancora sfrecciavo per i boschi, libera da ogni incombenza. Ma questo è ormai un tempo di cui devo dimenticare»

Danzatori nell’Oscurità – Parte X


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Alice Jane Raynor’s “Danzatori nell’Oscurità” is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International License.

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