Il Ponte del Baratro

Il Ponte del Baratro

Questa storia partecipa alla seconda sfida del circolo di scrittura creativa Raynor’s Hall. Il tema estratto per questo mese è stato “Ponti” proposto da Lady Fullmetal
«Lavorate!» schioccò l’ordine come un colpo di frusta.
George si annichilì di nuovo sulla sua occupazione, senza nemmeno avere le forze di ribattere o sospirare di stanchezza.
Il progresso avrebbe portato al miglioramento della vita. Li avrebbe sottratti alla fatica, alle ore disumane, avrebbe ridotto i costi e il risultato sarebbe stato di qualità e quantità migliore. Così almeno dicevano. Cosa si ritrovava adesso a contemplare? La disoccupazione era dilagata, molti erano stati cacciati, erano sfruttati tutto il giorno e la notte, non vi era alcun riposo.
“Cosa vuoi che sia” avevano detto “devi muovere una leva e premere un pedale”.
Abituato ai lavori di un tempo, quelle occupazioni faticose e insostenibili, quando gli artigiani ancora avevano il monopolio, anche lui si era eccitato al progresso, si era rallegrato e aveva inneggiato anche lui nelle strade per la scienza e lo sviluppo.
Ora guardava sconsolato gli immensi ingranaggi, con occhi spalancati, quasi assatanati nel tentativo di rimanere concentrato sul suo lavoro, cercando di tenere sotto controllo eventuali anomalie o malfunzionamenti. Era assordato dai tic e dai tac, osservava ancora le ruote dentate muoversi e intanto George continuava, oscillando avanti e indietro con l’intero busto e il braccio per azionare la leva e muovere il tutto. Era inebriato dai vapori, quasi allucinato da quell’odore insopportabile che andava a invadere completamente i polmoni. Con un gesto nervoso, altero batteva anche il piede per terra, per premere il pedale.
Non era nulla rispetto allo sfruttamento e alla manodopera, era un lavoro che poteva fare chiunque. Quanti bambini erano stati sottratti ai loro giochi, quante donne sfruttate come lavoratori economici. Lui era uno dei pochi, uno dei pochi fortunati ad avere un lavoro e una paga.
O forse doveva dire uno degli sfortunati? Quel gesto meccanico lo stava conducendo alla pazzia. Non poteva fare più niente, non pensava più a niente. L’unica esigenza era lavorare alla macchina, senza sosta, tacendo per la retribuzione misera e la fame che si faceva sentire. O questo o la strada.
Il popolo si era alzato in rivolta, ergendosi contro quelle fabbriche che li avevano illusi, poi gettati sul lastrico senza alcun ripensamento. Irrompevano nelle industrie, si alleavano con gli operai e buttavano nel fuoco le macchine, distruggevano il progresso, protestavano e vociavano, spinti più dalla forza della disperazione – tanto erano magri e malnutriti – che da una potenza fisica. Sommosse che più di una volta erano state annegate nel sangue e gli omertosi ritornavano al lavoro, abbattuti, afflitti dalla malattia, sfruttati al punto da non essere più umani.
Fortunati per avere un lavoro massacrante o sfortunati per non averne uno? In entrambi i casi il risultato non cambiava molto: non si mangiava.
George lavorava con furia, scaricando la sua rabbia contro quel congegno infernale che sbuffava pericoloso. Per lui, la vita si limitava a una lotta tra quei processi identici e simili a loro, che non cambiavano mai, che lo conducevano alla pazzia. Non riusciva a ragionare. L’odore infernale, il rumore assordante, il movimento a scatti faceva concentrare il suo pensiero solo su quello e nient’altro. Tanto si impegnava a guardare quell’arabesco di ingranaggi che adesso sporgeva anche il collo in avanti, strabuzzando sempre gli occhi iniettati di sangue, che lacrimavano senza sosta.
Finiva i suoi turni stanco e afflitto, a notte fonda, con la prospettiva di riprendere il giorno dopo all’alba, con gli stessi gesti, gli stessi movimenti, le stesse preoccupazioni. Non poteva nemmeno godersi un pasto caldo e confortante. La notte non chiudeva occhio, tormentato ancora dal rumore assordante della macchina, disperato perché non avvertiva l’odore del vapore e del carbone, colto da violenti spasimi e sognava di alimentare il congegno, sognava di dover compiere gli stessi scatti di sempre o la sua vita sarebbe stata miserabilmente gettata sul lastrico. Sua moglie aveva rinunciato a dormire con lui, preso com’era dalle sue contrazioni e       sentendo piangere i bambini dalla fame, pensava che si trattasse del lamento penetrante della macchina.
La notte finiva quindi per vagare come un folle per la città, tormentato dai movimenti involontari, super eccitato come se avesse bevuto litri di caffè, ripensando alla sua famigliola. A volte si sentiva abbandonato, inutile, pensando a come avrebbe voluto donargli un futuro migliore, dei pasti, dei giochi, un’istruzione. Ci pensava con malinconia e rammarico, finendo a piangere istericamente, impotente contro tutto quello che stava succedendo. Teneva stretto il suo lavoro, impazzendo e addormentandosi, quella vita assomigliava sempre di più a un inferno.
Aveva ormai perso il significato della vita, incatenato al lavoro, trattenendo la sua libertà, deturpando la sua giovinezza.
Quella vita di sfruttamento non aveva senso, tutto quello non aveva assolutamente senso. Guardò nel crepuscolo notturno, le fabbriche continuare a sbuffare, sentiva quasi gli ingranaggi e le macchine muoversi ancora.
Quell’isola di inferno, chiusa, lontana dalla vera vita della capitale, era una prigione di spirito e di esistenza, dove venivano consumate nell’assurdo idealismo del progresso, migliorando la vita di persone invisibili e peggiorando la vita di persone tangibili.
Si voltò, come richiamato da un misterioso e arcano ricordo. Guardò verso quel ponte, quel ponte ormai innalzato, senza che collegasse più il resto della cittadina. La nebbia palustre, che già infestava il luogo, era stata aggravata dalle continue scariche della fabbrica e adesso l’altra parte della città era solo un miraggio ormai lontano e invisibile.
Si avvicinò affascinato, attratto da quel magnetismo che lo calamitava verso la costruzione. Abbandonato, faceva parte della vita quotidiana di tutti i giorni e nessuno ci faceva più caso, inutile orpello di tempi andati.
Osservò la sua molte, constatò il suo stato di abbandono. Appoggiò la sua mano sulla pavimentazione di legno, accarezzandolo penosamente, tremando visibilmente con l’intero braccio.
Avrebbe voluto infrangere quelle corde che lo tenevano in quella posizione eretta, attraversarlo, sentirsi sempre meno oppresso, avvertire le catene scivolarle dai polsi, dissolversi in un aria sempre più sana, che lo avrebbe rinvigorito e gli avrebbe fatto di nuovo brillare gli occhi. Avrebbe voluto issarsi fino al cielo, toccare delicatamente le stelle, urlare di gioia alla fine di quella oppressione. Avrebbe solo voluto riassaporare la vita.
Una vita priva di schiavitù, di doveri, di società. Una vita dove poteva fare ciò che più gli comandava il suo cuore, una vita senza impegni, senza sfruttamento, senza derisione. Una vita dove tutti erano uguali e tutti erano diversi, una vita in cui nessuno faceva del male all’altro.
Quello era un ponte dalle mille aspettative, un ponte verso nuovi orizzonti, un ponte che avrebbe potuto regalargli la pace che desiderava e che tutti gli uomini avrebbero dovuto meritare.  I suoi occhi si persero in quella bellezza senza pari, le sue membra si placarono e finalmente era come depurato dall’inferno della macchina.
Rimase immobile per un ora intera, poi birichino e perfido, il piede riprese a scattare, il braccio a ondeggiare e infine si aggiunsero anche le palpebre, a quel ritmo assoluto.
Lacrime gli rigarono il vuoto, quanto quel ponte gli aveva fatto sognare, una prospettiva migliore, un mondo finalmente giusto e nel momento in cui aveva assaporato qualcosa di dolce come un’ideale, tutto gli era stato distrutto. Era un utopia, nessuno avrebbe potuto crearlo.
Adesso che aveva assaporato qualcosa di dolce come un’ideale, si ritrovava disilluso e affranto. Aveva combattuto in quella sola ora mille battaglie, aveva visto il trionfo e la decadenza più nera.
Ci aveva creduto, era stato il suo incubo, il suo strazio e in tutte quei giorni, quelle ore, quegli anni aveva febbrilmente immaginato tutto questo e solo il ponte, porta di mille aspettative, aveva saputo rievocargli.
Ma a cosa gli serviva un’ideale? Era falso, era illusione e la verità è ben diversa.
La realtà non ammette l’ideale e senza più combattere per il meglio, l’uomo si arrende ancora prima di provarci.
Se ne andò furioso, perché la sapienza gli aveva regalato la chiave e lui non aveva saputo coglierla. La conoscenza gli aveva dato la soluzione ma lui l’aveva scacciata, non potendo credere che fosse vera.
Se ne andò furioso, dilaniato nel suo dolce strazio ora che era precipitato in un abisso ancora più profondo, quando sarebbe stato molto meglio morire nel baratro dell’ignoto.

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Alice Jane Raynor’s “Il Ponte del Baratro” is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International License.

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39 thoughts on “Il Ponte del Baratro

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  1. Una storia davvero stupenda, che sprofonda nell’anima ferita di un uomo sfruttato, ingannato, esausto. Mi è piaciuta da morire perché mi ha ricordato, quando descrivi il lavoro meccanico che deve fare, il film Metropolis di Fritz Lang, dove gli operai vengono sacrificati a questa gigantesca macchina, il Moloc! Complimenti 😉

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    1. Ciao ^^ grazie per essere passato ❤
      Non ho visto quel film, mi sono in parte ispirata al "Furore politico" di Byron e in parte a delle notizie dell'epoca. E' un fenomeno proprio dell'era industriale e mi ha sempre molto rattristata, ho cercato di immedesimarmi in poche parole con il personaggio ^^
      Sono felicissima che ti sia piaciuto ^^ Grazie!

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  2. Che storia straziante! Un uomo che non è più capace di sognare è un uomo perduto, è proprio vero. Tu in questa composizione hai saputo rendere bene questa massima e quindi sono molto contento di aver letto ^^ inoltre poi lo stile è impeccabile e il disagio, unito allo sconforto, all’abbandono e alla frustrazione, arrivano tutte agli occhi del lettore. Tante domande, poi! Che cos’è che sta costruendo con tanta disperazione negli occhi? E per conto di chi? Non lo dici… ma forse non è necessario. Ciò che importa è che sei riuscita a creare una bella storia, quindi complimenti!

    Voto: 4/5

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  3. Recensione o almeno ci proviamo u.u:
    Un uomo che lotta coi propri fantasmi tutti i giorni alla ricerca di una forma di sopravvivenza sempre più utopica, costretto a rinunciare alla sua stessa esistenza per garantire alla sua famiglia un tozzo di pane. Un uomo perso nei fantasmi di una quotidianità schiacciante, dove è legato ad un lavoro che lo sta consumando giorno dopo giorno portandogli via tutto, felicità, famiglia, sonno, pace. Si potrebbe dire che questo racconto sia l’altro lato di una medaglia chiamata vita. Una metafora che ti accompagna, attraverso i gesti meccanici di un operaio costretto a lavorare fino allo sfinimento, a fare i conti con un mondo contemporaneo dove alla fine chi lavora non ha poi dei diritti migliori di quelli descritti in queste righe. Attualmente la gente non lavora per vivere, ma vive per lavorare perché, quando si ha la fortuna di avere un lavoro, ci si aggrappa quasi con disperazione.
    Questo racconto narra la realtà di un uomo sacrificato al lavoro in fabbrica che, in una notte insonne, fa i conti con gli spettri della sua realtà, ma che alla vista di un ponte che potrebbe collegarlo ad una vita ed ad un’esistenza migliore, vacilla… per alcuni attimi, si lascia trasportare dall’idea che quel ponte per lui e la sua famiglia possa rappresentare un nuovo inizio, una via di fuga da quell’inferno che non gli da pace, ma poi il tempo riprende a scorrere e lui è di nuovo li, su quel macchinario che gli sta togliendo l’umanità e con essa la vita.
    Semplicemente splendido.

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  4. Profonda e impeccabile, una lettura che mi toccato l’anima. Altro non c’è da dire, è stupenda, triste e struggente, reale e vera che quasi sembra di udire il rumore meccanico di ingranaggi. ^^ 5, ovviamente.
    Ps: carino anche il titolo 😉

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  5. Oh *-* io amo come scrivi, lo sai vero? Meraviglioso, concordo con chi lo paragona a Metropolis (ti consiglio di guardarlo anche solo per la scena finale che apprezzerai xD è su vvvvid se ti interessa). Un meraviglioso spaccato di un uomo che sta perdendo la voglia di vivere. 5/5

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  6. Ecco! arrivo anche io a lasciarti il mio voto! decisamente un 4,5/5
    Una storia eccezionale, profonda ben pensata. Un uomo d’altri tempi che si distrugge nel fisico per sopravvivere!
    Uno spaccato di una vita d’altri tempi che pochi immaginano.
    L’evoluzione a discapito del proprio io e dei propri desideri ed ideali.
    Peccato qualche errorino di battitura, sarebbe stato un 5 pieno 😉

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    1. E’ pesante per scrittura o per tema?
      Il mio stile è molto più vicino a questo scritto forse che all’altro del concorso (Spettri), forse perchè mi piace indagare nella psicologia umana e forse perchè il tema mi ha fatto subito pensare al cosìdetto “Furore politico” di Byron.

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      1. Tranquilla per il soggetto xD Sono io che amo Byron e vado a leggermi qualsiasi scritto che trovo di suo xD Nessuno è così pazzo da leggersi i suoi discorsi politici ahahha
        Sai ero in vena steampunk questa volta e amando l’ottocento ho pensato alla realtà del progresso. Poi quando ho visto ponti come tema ho pensato subito alla libertà (anche la libertà della società) e quindi i pezzi sono andati a unirsi.

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  7. Apprezzato il tema e lo stile davvero frizzante e musicale della prima parte. Un po’ meno il finale, forse perché meno originale nei contenuti rispetto all’inizio. Mi sembra di aver incontrato una virgola saltata durante il percorso e dovresti notarla facilmente perché nella visualizzazione sembra ci siano due o tre spazi tra una parola e l’altra.
    Ho scoperto un modo di scrivere diverso da parte tua in questo racconto, ma forse ciò che non mi piace troppo è che, più che un racconto, questo testo sembra un estratto di un pensiero più grande e di una storia che nella tua testa aveva molte più sfaccettature e molti più spunti.
    Ciò non toglie un giudizio assolutamente positivo e sono certo che vedrò il tuo nome scritto su non poche pubblicazioni in futuro se avrai la costanza di seguire questa tua passione.
    Voto 4 su 5

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    1. Ciao ^^ Ti ringrazio per aver letto e commentato la mia storia 🙂
      Controllerò sicuramente per la virgola, mi sarà sfuggita ^^
      Mi dispiace che il finale non ti abbia coinvolto ma hai ragione, la storia aveva un’idea semplificata e adattata per la sfida ^^
      Ti ringrazio anche per il tuo incoraggiamento ^^ Continuerò a scrivere e vedremo cosa succede 🙂

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