Love Seal

Love Seal

Con profondo rammarico continuavo ad avere nella mente quella scena, quel passato che non faceva altro che sfuggire al mio controllo. Si sfuggiva dalle promesse, non per mancanze o per il volere degli interessati. Era come se il Fato non facesse altro che opporsi alla nostra piccolezza. Non era altro che invidioso nei nostri successi, delle nostre piccole felicità. Lui, la Divinità non faceva altro che invidiare la nostra piccolezza? Era forse possibile?

Forse nella nostra breve esistenza, nella nostra debole natura potevamo eguagliare la felicità degli dei, quella a cui persino il Fato non riusciva a raggiungere. Appena la mente si illudeva di aver raggiunto il benessere, tutto precipitava, facendoti completamente naufragare, gettandoti improvvisamente in un mare tempestoso, tuonante, mentre la propria povera anima, delusa dalla perdita e dalla nuova miseria non può fare altro che essere irrimediabilmente sballottata e trascinata dalle malvage correnti.

Avevo quasi pensato di poter toccare e aspirare alla Bellezza, alla Nobiltà e alla Giustizia. Ma la Bellezza era smorta, appassendo, vuota della saggezza e della razionalità, la Nobiltà dell’animo non era stato altro che sottomessa dai sentimenti oscuri, da quello che la realtà chiamava come sua Giustizia ovvero Inganno, Violenza e Ipocrisia. La Disillusione era giunta con il suo conforto, a rendere finalmente nuda la realtà. Nuda per la sua bruttezza, spoglia della Morale e disossata fin dalle radici dell’onestà.

E tutto era rimasto crudo e stonatamente reale.

Il sogno si era infranto non lasciando niente dentro di sé, se non la paura e lo sconforto nel mio povero cuore… e nel suo.

Perché la colpa di tutto questo non era stata di certo nostra. Era stata tutta una precipitosa e imprevedibile piega degli eventi. La Moira non aveva fatto altro che dividerci, non aveva fatto altro che far nascere l’astio negli uomini. Ma anche così non potevamo essere davvero divisi, anche in quel mondo avremo trovato il modo.

Il modo per vivere la nostra esistenza.

˜˜˜˜

Tutto era confuso, poco chiaro e avvolto in una strana aria ovattata. Ripresi lentamente i sensi eppure non potevo davvero dire di essere completamente padrona del mio corpo e dei miei sentimenti. La mia mente era completamente vuota, tanto era stravolta, tanto era spaventata da quella situazione. Sentivo solo vagamente il controllo del mio corpo, mi sentivo quasi sospesa, come se niente esistesse, come se niente avesse un tempo e uno spazio. Tutto era immerso nella lentezza, in un infinito spazio che sembrava essere collocato nel nulla. Il dolore era tanto acuto, tanto lancinante e lacerante da non essere quasi percepito. Sentivo quel malessere in tutto il corpo, un malessere che si ripercuoteva poi anche sulla mia psiche. Ero stanca, ero distrutta da quel trattamento che mi era stato riservato. Non ricordavo neanche precisamente tutto quello che era successo. Ma al solo pensarci non potevo che incupirmi, non potevo che rattristarmi ancora di più e piangere della mia situazione. Perché ero sicura di non aver fatto nulla di male. Perché anche se avessi voluto o potuto io non avrei mai potuto far male a qualcuno o a qualcosa. La mia morale mi controllava rigidamente, mi aveva sempre condotto in una via di certo non facile ma gratificante. Non perché gli altri te lo riconoscevano, non perché il mondo ti avrebbe ricordato per quello. Ero in pace con la mia coscienza, ero soddisfatta della mia condotta. Non avrei mai potuto andare contro i miei sani principi e non perché volevo essere perfetta ma perché mi risultava facile così. Pensavo che se tutti avessero rispettato le regole tutto sarebbe andato bene. Ma io avevo sopravvalutato l’umanità. Avevo capito fin troppo tardi cosa facevano davvero. Non tutti avevano il coraggio di contestare apertamente l’etica, non molti almeno, ma io avevo sempre dato per vera le parole della gente, quando in realtà molti non facevano che predicare bene e comportarsi non male, malissimo.

E si trovava sempre un capro espiatorio.

Questa volta era capitato a me.

Avevo sempre creduto nella giustizia. Avevo sempre creduto che chi fosse condannato era effettivamente un malvagio. Mi ero sbagliata e l’avevo imparato a mie spese.

Una spesa che avrei dovuto prevedere ma ero stata cieca.

In quell’oscurità vidi una fessura di luce che diventava sempre più penetrante. Quella luce tagliava di netto il silenzio della notte, emettendo la mia sentenza e condannandomi alla dannazione. Chiusi gli occhi, cercando di cancellare quella luminescenza, cercando di rintanarmi almeno nelle tenebre della mia anima. Tenebre che in realtà rifulgevano di una sincera ombra. Perché ciò che avevo nascosto era stato a fin di bene e mai mi sarei volta al male.

Se anche gli uomini avessero sbagliato nel loro giudizio, io non avrei giudicato Dio, io avrei condannato il Fato. La Sorte che mi aveva fatto disperare, precipitare nell’Abisso e mi aveva trascinato nell’ignorante apparenza degli uomini. Loro non potevano guardare al di là, loro giudicavano ciò che vedevano. Si rifiutavano di andare oltre le apparenze, e purtroppo questo non sarebbe mai cambiato.

Sperai che un giorno gli uomini imparassero a non giudicare le apparenze e andare oltre… oltre sino alla vera essenza di una persona.

Ma poi mi decisi di guardare la luce e di affrontarla come meglio mi riusciva.

˜˜˜˜

Sono sempre stata esclusa dalla società. Non avevo una particolare affinità con le persone, non riuscivo a mettermi in mostra, non riuscivo a rispettare i canoni che erano stati imposti alle donne. Vivevo isolata, sia per la mia condizione sociale sia per questa mia poca affabilità. In un certo senso potevo quasi descrivermi come una donna indipendente, che viveva del suo modesto lavoro di tessitura. Non che una donna potesse fare molto altro. Le Corporazioni sfruttavano il mio lavoro, come quello di tante altre donne, senza darci una giusta retribuzione. Non che m’importasse, non quanto avrebbe dovuto importarmi in realtà. Dopotutto non avevo ispirazioni, vivevo con semplicità e umiltà. Anche se giovane e di una certa avvenenza, come spesso mi facevano notare almeno, mi consideravo ormai come una zitella, dopotutto ero una reietta della società. Il borgo non era altro che dilaniato dalle continue lotte guelfe e ghibelline, era dominato da ipocrisie, guerre intestine e cupidigia. Io mi estraniavo da tutto questo. Sia come donna che come persona. Semplicemente non m’interessava. Vantavo una grande fede ed ero fedele allo stesso tempo alle leggi dettate dagli uomini, non m’interessavo poi d’altro. Ero troppo ignorante della politica per agire e non volevo di certo parlare per sentito dire. Ma anche se avessi avuto qualche idea sarebbe davvero servito a qualcosa? Un’esclusa poteva avere diritto di parola?

Avevo un debole nell’ascoltare i sapienti. Non avendo alcuna istruzione non potevo dire di comprendere appieno i loro pensieri. Ma mi perdevo nei loro ragionamenti e stentando di questa ignoranza, riflettevo per giorni sul significato delle loro parole. Forse sbagliavo a dire di non avere aspirazione. La mia aspirazione era conoscere, era un istinto naturale che andava soddisfatto. Avevo una certa curiosità per quella strana melodia di cui non conoscevo le note, ero curiosa di quello che non capivo. Non sapevo leggere o scrivere, ma mi accontentavo di ascoltare e abituare la mia mente a quei discorsi. E i sapienti tanto si arrovellavano su quelle tematiche, tanto ripetevano, tanto ragionavano su un argomento e poi su un altro che forse riuscii ad incrementare le mie scarse conoscenze, imparando altro oltre che tessere, essere rigida e corretta, riconoscere le piante e qualche altra sciocchezza come conoscere a memoria le ballate che si ascoltavano alle fiere.

Per quanto tutto andasse relativamente bene, non c’era né eccitazione né tristezza nella mia vita. La mia fragile esistenza volava via senza che quella calma piatta accennasse a un qualche movimento, a un guizzo, a una speranza. Senza accorgermene non facevo altro che compiere la stessa routine ogni giorno, senza che nulla mutasse. E soltanto quando giunse lo sconvolgimento nella mia vita, compresi la noia che fino a quel momento mi ero destinata.

Conobbi quella persona che mi cambiò la vita. In fondo anche se mi aveva gettato sull’orlo del baratro non mi pentivo della sua conoscenza e della sua compagnia. Avevo avuto il suo amore, avevo sentito quel vuoto che mi aveva fino a quel momento attanagliata, riempirsi di colpo. Non mi aveva tradita, non mi aveva abbandonata. Chi avrebbe potuto vantare una storia simile?

Noi forse eravamo tra i pochi, anche se non gli unici. Dopotutto l’amore per ognuno era diverso e non vorrei mai paragonare il mio con gli altri. Si potrebbero scatenare invidie, incomprensioni… Per me andava bene così e non mi pentivo del mio modo di vivere quel sentimento, con semplicità e correttezza.

˜˜˜˜

Venni trascinata via da due braccia robuste che non facevano altro che stringere con troppo forza quelle membra stanche e dilaniata dalle torture. Ormai ero ridotta a un relitto, i resti di me stessa. Non c’era più vitalità nel mio sguardo, non più vivacità nei miei gesti, ogni energia era volata via da me. Non ero altro che il puro divertimento del carnefice, non ero altro che un ammasso di carne peccatrice, senza nessuna speranza di lieto fine. Mentalmente continuavo a essere incrollabile, anche se provata, passivamente continuavo a rimanere sulle mie idee, ma il mio corpo ormai stava cedendo. Il mondo sensibile mi stava distruggendo, mi stava riducendo a un fantasma. Ormai ero viva soltanto per una pura beffa della sorte. Probabilmente non ero altro che un gioco per intrattenere le macchine di tortura e il carnefice. Il boia che non faceva altro che abusare della mia debolezza, della mia falsa colpa. Lui era quello che mi uccideva lentamente e si inselvaggiva a sua volta.

Ero sempre più immersa in una zona più metafisica del mondo, tanto che la vista si era annebbiata, come se si rifiutasse di vedere la realtà, tanto che i miei sensi erano molto meno recettivi. Sapevo solo di essere viva per il malessere acuto e penetrante che continuavo a sentire, tormentoso e insistente.

«Angelica, ancora non ti decidi a confessare?» Quella voce dolce e suadente del torturatore, che continuava a tormentarmi per ricevere una risposta falsa.

«…No.» Il mio era un sussurro disperato, sperando che magari quella bolgia infernale finisse, che potessi ancora sperare nella vita.

«Angelica… se tu confessassi potrebbe esserci ancora il perdono di Dio su di te. Il tuo santo nome richiama gli angeli, di certo ti è stato dato per un motivo. Puoi ancora riconvertiti al bene, puoi ancora pentirti di quello che hai fatto.»

I polmoni mi scoppiavano, non riuscivo a parlare ma sapevo di dover rispondere. Usavo le poche energie per continuare a vivere. Volevo vivere. Anche mentre venivo dilaniata e straziata non potevo arrendermi.

«Io… non ho fatto niente.»

Sentii un verso di pura pietà, sentii un diniego prepotente e rassegnato. «Sei ostinata. Il Diavolo deve averti promesso tanto per non continuare a parlare. Neghi forse che avessi su di te lo Stigma Diaboli? Neghi forse di aver fatto uso di alchimia e di magia per esaudire i suoi oscuri desideri? Neghi forse di non essere stata chiamata qui a giudizio, dalla Santa Inquisizione per i tuoi delitti?»

Ero troppo intontita per sentire tutto, ero troppo poco lucida per poter rispondere razionalmente. Ma anche se avessi potuto, rimanevo sempre una donna ignorante, quanto avrei potuto competere con i dotti signori della potente Chiesa?

«Io… nego.»

«Male, molto male. Hai agito come gli angeli caduti e sei caduta nel baratro. Perché l’Inquisizione avrebbe dovuto punire una sua sorella senza buone ragioni? Se tu neghi ciò, neghi l’istituzione stessa che è stata voluta da Dio. Negando il braccio secolare, la Chiesa e tutte le autorità non fai altro che mostrare la tua mente perversa, non fai altro che condannarti ancora di più. E ormai il tuo fato è deciso, la tua sorte stabilita. Ma c’è sempre tempo per i peccatori, per il perdono.»

Le sue parole non volevano fermarsi. Erano come un fiume in piena, un fiume di belle parole e di speranza. Sentivo la sua falsità ma volevo credere nella speranza che mi stava offrendo. Ma perché avrei dovuto confessare qualcosa che non avevo fatto? Eppure quel essere che non meritava più il nome di uomo sembrava sussurrarmi quelle dolci parole alle orecchie, come il serpente fece con Eva. Lui mi dava la speranza. Delle parole avrebbero potuto salvarmi, anche se false, anche se non vere. Cosa importavano le convenienze quando poteva prevalere la vita? Il mio torturatore sembrava aprirmi una porta, una porta che avrebbe potuto salvarmi. Una via di menzogne che su quella Terra erano il pane della vita, una via di apparenze, che erano l’acqua della vita. Non potevo rifiutare più a un offerta simile. Tutte le mie decisioni, tutte le mie convinzioni crollarono in quello stesso momento. Crollarono quando ormai la pazzia del dolore aveva offuscato la ragione. Che potessi vivere ancora? Era questo che importava. E per questo potevo negare tutto quello in cui avevo creduto.

Quello fu il mio rimpianto, perché rinnegai nella follia i miei ideali e la mia ragione.

«Io… Confesso.»

Anche nell’oscurità mi parve di scorgere quel sorriso di falso conforto, anche nelle tenebre mi sembrò di sentirmi incombere quel ghigno di pura vittoria.

«Confessi di aver recato offesa alla Chiesa e al suo Dio?»

«Confesso»

«Confessi di aver usato alchimia, stregoneria e arti magiche per ingannare, far del male e uccidere?»

«Confesso»

«Confessi di essere stata marchiata dallo Stigma Diaboli ?»

E qui mi venne quasi da piangere. Rinsavii troppo tardi dalla mia follia. Volevo piangere, rimangiare tutte le mie parole. Ma ormai avevo pronunciato le parole fatali, ormai sarebbe stato solo un temporeggiare prima che riconfessassi tutto. Perché sapevo che quel boia era maligno, aveva atteso la mia caduta e se solo mi fossi rialzata mi avrebbe schiacciata con ancora più forza al suolo.

«… Confesso…» La mia voce era rotta, respiravo finalmente libera. La tortura era cessata e potevo finalmente sentire l’aria intorno a me, respirandone con forza. Lo Stigma Diaboli… la condanna della mia povera sorte, un simbolo d’amore che ormai combaciava con la mia morte.

«Confessi di aver fatto un patto con il Diavolo?»

E continuai a rispondere, la mia mente urlava di smetterla, urlava di non umiliarmi in quel modo. Anche se il mio non era che un sussurro mi sembrava di urlare, di buttare via quelle parole da me, di scacciarle lontano. Perché non mi riconoscevo, perché in realtà non avevo fatto niente di tutto quello.

Ed ero stata una sciocca.

Non ci fu perdono, non quello che intendevo io almeno.

Il mio perdono fu il fuoco, furono le fiamme purificatrici che avrebbero corroso il mio peccato.

Un peccato di cui ancora non conoscevo la natura e mai avrei saputo.

˜˜˜˜

Rimasi in quella cella umida e fredda, senza che alcun bagliore riuscisse a rischiarare la mia situazione, senza che nessuna speranza scaldasse le mie membra. Ero tormentata dalle mie non-colpe, rassegnata alla mia triste sorte e piena di rimpianto per aver ammesso ciò che non avevo fatto. Avrei voluto lottare ancora, liberarmi da quelle catene e scappare da quella prigione che non rendeva giustizia alla verità.

Perché la Divinità avrebbe dovuto punirmi per una colpa che non avevo?

Il Tribunale… Il Tribunale d’Inquisizione sembrava essere la personificazione stessa di una macchina infernale. Una macchina che teneva nella sua morsa l’intera Europa, le sue braccia tenevano in pugno qualsiasi persona. Il suo potere era immenso, la sua decisione irrevocabile. Era una macchina infernale, un terribile congegno che non faceva altro che incutere timore, disperazione e terrore. Era la personificazione della violenza. Tutto il bene per il prossimo si estingueva nel sangue dei torturati, negli inganni delle loro vere parole, nelle profferte di falsa salvezza. Il Tribunale professava la giustizia divina attraverso convenzioni e regole che di certo non gli competevano.

La mia era disperazione tale da non discernere la religione dall’Istituzione che presto mi avrebbe uccisa. Bisognava distinguere il credente dalla Chiesa che lo plagia.

Bisognava fare una distinzione tra la religione e l’interpretazione che un uomo ne poteva dare.

Il Tribunale mi aveva giudicato con la loro interpretazione, con le loro ragioni. Senza andare oltre le apparenze, senza vedere cosa avevo mai potuto fare di quella magia.

Il Tribunale aveva emesso la sua sentenza, mi aveva ormai ridotta a un sacrificio.

La notte trascorse insonne, senza che i canti tristi degli uccelli mi incantassero, mi ammaliassero… per me quello era il canto di morte che si innalzava sulla mia veglia. E per la mia fragilità ero giunta a quel punto, e per la mia stupidaggine ero arrivata in quella situazione.

Persa nei miei ricordi, a riflettere sugli eventi più significativi della mia monotona e ciclica vita, mi ricordai, come un eco, quelle parole.

Un eco che non voleva lasciarmi andare.

«Ricordatevi che ogni cosa ha il suo prezzo.»

Che il prezzo della mia inutile audacia fosse quella condanna? L’alchimia si era servita del suo nemico per riscattare il suo prezzo?

˜˜˜˜

La peste infestava il paese come un flagello senza fine. Digiuni, espiazioni, preghiere non sortivano alcun effetto. Gli umani erano lasciati a loro stessi in quel caos, in quella malattia e miseria. La gente moriva come mosche, le vie erano infestate dalle nenie religiosi o da urla di terrore. Tutto cadeva in un silenzio di pura morte ma appena ci si lasciava cullare da quella tragedia ecco che le guerre imperversavano, le urla frenetiche riprendevano.

Gli uomini nelle difficoltà non facevano altro che accusarsi a vicenda, di cercare di trovare nell’altro e nel diverso la causa di quegli eventi soprannaturali e nefasti. La gente viveva ancora più isolata, nella paura di quello che poteva accadere, nel timore che il prossimo a dover subire la triste sorte fosse proprio lui.

E la peste portò via i miei sogni.

Colpì il mio amore, senza alcuna possibile cura, senza alcuna possibile salvezza.

E distrusse la mia precaria felicità.

Ma se il dolore mi aveva abbastanza provata, adesso non potevo fare altro che rassegnarmi ancora di più alla mia situazione.

Se il dolore non era stato abbastanza, avevo cercato di lottare senza esito.

˜˜˜˜

Il sorgere del nuovo giorno coincideva con il tramonto della mia vita.

Il mio procedere verso il rogo aveva un che di solenne e triste. Ancora non riuscivo a rassegnarmi all’idea. Anche se i ceppi erano ancora spenti, quasi sentivo provenire il calore sprigionare da quel luogo. Mi sentivo male al solo pensarci, ma non potevo ribellarmi a niente. Non ne avevo il diritto.

Sentivo il disprezzo della gente riversarsi su di me, sentivo la loro ignoranza e il loro implacabile astio nei miei confronti. Ma io stesso avevo fatto parte di quella folla, avrei dovuto comprenderla. Avrei dovuto comprendere la loro confusione, la loro paura e il loro odio. E dovevo riversare quei sentimenti anche su di me.

E quando fui legata, quando ormai mancava poco all’esecuzione, ripensai allo Stigma Diaboli e a ciò che mi aveva davvero condannata.

˜˜˜˜

«Una scelta si è frapposta nella vostra strada. Tutto vi è stato sottratto nel momento in cui stavate iniziando ad assaggiare il frutto della felicità. Ora ditemi, cosa scegliete?»

Guardai, nella disperazione, la figura di chi mi stava davanti. Non riuscivo a metterlo completamente a fuoco. Vedevo solo la sua figura nera, alta e slanciata. Per quanto mi sforzassi non potevo ricordarmi il suo volto, in effetti non ero neanche sicuro di averlo mai visto davvero. Sentivo i suoi occhi puntati su di me come due spilli.

Sorrisi amaramente, cercando con quella smorfia di trattenere le lacrime. Dovevo ancora credere nella speranza?

«C’è anche una scelta?»

La mia ironia non faceva altro che smorzare l’impossibilità della scelta che avrei voluto prendere.

Quale sciocco avrebbe rinunciato alla felicità? Non io certamente.

«Ricordatevi che ogni cosa ha il suo prezzo.» Iniziò la sua voce, suadente, «Ma con uno scambio equo potrete riavere ciò che vorrete, dopotutto la sua vita non è stata ancora spezzata.»

Gli occhi brillarono, bramosi. Mi stava prendendo in giro? Ma anche se ci fosse stata una speranza…

«Un prezzo equo?»

«L’alchimia vuole un suo prezzo, l’alchimia vuole qualcosa di pari portata. Voi potete impararla, io vi insegnerò.»

Quella fu la tentazione, in tutti i suoi sensi. Non mi soffermai sul prezzo, non pensai a nient’altro se non alla speranza e a quella mia aggrappai.

˜˜˜˜

Legata a quel palo, allontanata da qualsiasi speranza, la mia anima non faceva altro che contorcersi nel dolore. Non c’erano bisogno delle fiamme per farmi ardere, non c’era bisogno di quella pena per farmi impazzire. Io che fino a quel momento ero stata al freddo di ogni contatto umano, nel gelo di quella umida cella, nel fresco oblio. Avrei conosciuto i due opposti, avrei sofferto come non mai.

Ma soprattutto…Non potevo non piangere, non potevo non vergognarmi di ciò che la mia morte avrebbe lasciato nella mente degli uomini. Non potevo non piangere della mia sorte crudele, che mi avrebbe strappato brutalmente a quelle sofferenze ma anche alla mia fragile speranza. Avrei voluto sfogarmi di quei sentimenti, avrei voluto cancellarli. Perché quei sentimenti, che si erano risvegliati tutto un tratto, con la mia voglia di vivere, non facevano altro che dilaniarmi, a uccidermi prima ancora di morire.

E continuavo a rivivere quei momenti tristi, quei momenti dilanianti che non facevano altro che farmi stare male. La mia vista era nuovamente offuscata, come lo era stata sempre la mia vita.

Avevo ascoltato sapienti e uomini importanti ma in realtà ero rimasta cieca alla Verità, ero rimasta cieca se non in quel momento in cui mi ero distaccata dal mondo visibile per contemplare la mia triste situazione.

Ma adesso era tutto inutile.

Le fiamme appena accese, avrebbero lambito il mio corpo, avrebbero bruciato il mio corpo, mangiato la pelle, incenerito le ossa.

Sarei stata cenere fra la terra e sarei entrata a far parte del tutto, della grandezza dell’Universo. Forse io mi sarei fusa con il tutto e con il niente, avrei perso la mia imperfetta natura per acquistarne una nuova, una migliore.

Ma questo implicava perdere la me imperfetta.

Con tristezza, con quel grande rammarico per l’ultima volta strinsi quell’amuleto, quello Stigma Diaboli che mi aveva condannato.

Quel simbolo d’amore che era stato visto come il segno del Demonio.

Se avessi mai fatto un patto diabolico con l’Amore, ero stata lieta di averlo siglato.

˜˜˜˜

E lui mi porse quel gingillo, quella collana strana ma di misteriosa bellezza. Per lui era stato un sigillo e pegno d’amore. Mai avrei potuto immaginare che sarebbe stato la condanna della mia morte.

Lui ed io l’avevamo inteso come un simbolo di amore.

Loro l’avevano inteso come il simbolo del Diavolo, lo Stigma Diaboli.

Tutto varia da come viene interpretato, e se avevo usato l’Alchimia per salvare una vita, e non per la morte della gente, e se avevo usato quel talismano come pegno d’amore e non come segno di appartenenza al Diavolo, ero davvero degna di accusa?

Ma dopotutto l’amore era sempre stato in stretto contatto con la morte. E così me ne andavo, e così si decretava la mia fine.

˜˜˜˜

A tutto c’è un prezzo.

La Verità fa male.

La Verità dà potere ma ha un prezzo: la consapevolezza.

E questa non tutti desiderano averla.

˜˜˜˜

E la mia anima si trasformò in un soffio di vento,

E la mia anima fece parte integrante del mondo,

Avrei fatto del bene.

Per sempre.

Fino a quando l’Amore mi avrebbe mossa, fino a quando mi avrebbe marchiata del suo soffice controllo, allora avrei marchiato a mia volta.

In una maledizione di dolce sopportazione.

Perché se non avevo potuto salvare il mio Amore, se lui era morto per la peste e io, tentando di salvarlo con l’alchimia, ero morta per il suo pegno di amore…

Avrei salvaguardato quello degli altri.

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12 thoughts on “Love Seal

  1. mi hai fatto tornare al medioevo con questo racconto a tratti stringente. Nel raccontare le vicissitudini di un amore sebbene accerchiato dalla malattia e dalla malvagità hai saputo coniugare verità e morte, realtà e sogni, aspirazioni e miseria. Una bella cavalcata, complimenti

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  2. Sembra scritto di getto: è bello. Apprezzo in modo particolare il tuo escluderti dal luogo comune per così dire ideologico. Lei ama, ha amato, è stata amata e la sua debolezza inevitabile non le impedisce di vedere fino all’ultimo ciò che è e discriminare tra giustizia e giustiziere.

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  3. Molto originale… difficile da scrivere, almeno per me. Se fossi in grado di dare dei voti, darei un voto molto alto. Un paio di cose: una è un dettaglio, ma hai usato alternativamente due caratteri di dimensioni diverse? Io lo leggo su un portatile, e avrei apprezzato un font più grande su uno sfondo che lo rendesse un po’ più “leggibile”; la seconda è sull’inquisitore, il Grande Cattivo. E’ vero che i bastardi esistono, però è… “psicologicamente bidimensionale”.
    Mi piacciono di più i Bastardi in 3 o 4 D.
    Take care

    PS: forse ti è sfuggito qualche maschile che dovrebbe essere femminile.

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    1. Ciao ^^ Grazie per essere passato a leggere questo mio racconto!
      Ho usato lo stesso personaggio su due punti piani temporali diversi, in cui appunto il suo carattere successivamente si è sviluppato in modo diverso.
      Credo che dovrò rivedere bene per il font, per le impaginazioni in generale non sono molto brava e abituata a leggere testi molto piccoli non faccio quasi caso a certe cose ^^” risolverò sicuramente il problema che hai avuto la gentilezza di segnalarmi 🙂
      Sono assolutamente d’accordo con te, inoltre ci tengo moltissimo alle caratterizzazioni dei personaggi. Diciamo che non ho voluto dare spazio al suo personaggio, volevo concentrare tutta l’attenzione sulla protagonista, che inoltre torturata non ha una grande coscienza di sè, figurarsi degli altri ^^
      E’ molto confusa
      Ps. Riguarderò sicuramente gli errori, mi capita purtroppo di scrivere dei testi di getto senza guardarli attentamente. Grazie ancora per tutto ^^

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